C’è un inquinamento silenzioso, spesso ignorato, che non lascia macchie né rumore ma può rendere invivibile un quartiere. È quello delle molestie olfattive, un tema rimasto ai margini del dibattito pubblico nonostante il crescente allarme ambientale. Odori nauseabondi provenienti da industrie, attività artigianali o impianti autorizzati possono trasformarsi in un vero e proprio caso giudiziario. E la legge, su questo punto, è molto più severa di quanto si creda.
Il riferimento normativo è l’articolo 674 del Codice penale, che punisce chi provoca emissioni di gas, vapori o fumi capaci di offendere, imbrattare o molestare le persone. Una contravvenzione nata per tutelare la convivenza civile e che oggi trova nuova attualità proprio nel campo delle immissioni olfattive. Perché sì: anche un odore può integrare il reato di getto pericoloso di cose.
La giurisprudenza ha chiarito che il reato può configurarsi anche quando l’attività da cui proviene l’odore è autorizzata e rispetta i limiti di legge. Il motivo è semplice: in Italia non esiste una normativa statale che stabilisca valori soglia per gli odori. In assenza di parametri tecnici, il discrimine diventa la stretta tollerabilità, un criterio più rigoroso della normale tollerabilità civilistica e pensato per garantire una protezione effettiva della salute e dell’ambiente.
In altre parole, un impianto può essere perfettamente in regola dal punto di vista delle emissioni, ma se diffonde odori tali da disturbare gravemente i residenti, può comunque incorrere in responsabilità penale. L’esempio tipico è quello delle aziende che rilasciano in atmosfera effluvi intensi e persistenti, capaci di rendere impossibile la vita quotidiana nelle abitazioni circostanti.
Resta però un nodo cruciale: come si misura l’intensità di un odore? Quando mancano strumenti tecnici adeguati, la Cassazione ha riconosciuto pieno valore alle testimonianze dirette. Non si tratta di semplici impressioni soggettive, ma di descrizioni puntuali e coerenti di ciò che i cittadini percepiscono. Se più persone riferiscono in modo concordante la presenza di odori molesti, questo può bastare a dimostrare la non tollerabilità delle immissioni.
In un’epoca in cui l’attenzione all’ambiente cresce e la qualità dell’aria diventa un indicatore di benessere collettivo, anche gli odori assumono un peso giuridico e sociale. Perché l’inquinamento non è fatto solo di polveri sottili e gas serra: a volte, basta un odore per trasformare la quotidianità in un disagio insopportabile.