La crisi in Medio Oriente non si combatte solo sul terreno militare: le sue onde d’urto stanno già arrivando nelle bollette delle imprese italiane. Secondo le nuove stime dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, l’escalation contro l’Iran iniziata a fine febbraio potrebbe tradursi, nel 2026, in un conto energetico più salato di quasi 10 miliardi di euro. Una cifra che, se confermata, riporterebbe la spesa complessiva per luce e gas a 82,6 miliardi, con un balzo del 13,5% rispetto al 2025. Un colpo pesante per un sistema produttivo che da anni cammina su un equilibrio sempre più fragile.
Il mercato ha reagito con immediatezza. Alla vigilia dell’operazione militare congiunta, il gas viaggiava intorno ai 32 euro al megawattora e l’elettricità a 107,5. Nel giro di pochi giorni, complice l’incertezza sulle rotte energetiche globali, le quotazioni sono schizzate a 55,2 euro per il gas e oltre 165 per l’elettricità. Un’impennata che non ha raggiunto i picchi del 2022, quando il gas superò i 300 euro, ma che basta a riaccendere timori e tensioni.
Il Medio Oriente resta un crocevia decisivo per l’approvvigionamento globale e ogni scossa geopolitica si riflette quasi in tempo reale sui prezzi. La variabile più inquietante è lo Stretto di Hormuz: un eventuale blocco del traffico energetico avrebbe effetti immediati su carburanti, noli marittimi e inflazione, aprendo la strada a un nuovo shock energetico.
L’impatto, però, non sarebbe uniforme lungo la penisola. Le regioni più industrializzate pagherebbero il prezzo più alto. La Lombardia guiderebbe la classifica degli aumenti con oltre 2,29 miliardi di spesa aggiuntiva, seguita da Emilia-Romagna (1,16 miliardi), Veneto (1,12), Piemonte (879 milioni) e Toscana (670). Una mappa che ricalca fedelmente la geografia produttiva del Paese: dove si concentra l’industria, più forte è la vulnerabilità ai rincari.
A soffrire sarebbero soprattutto i settori energivori. La metallurgia, con acciaierie e fonderie, è tra i comparti più esposti alle oscillazioni dell’elettricità, ma non è sola. Alimentare, chimica, turismo, ristorazione, commercio, servizi come lavanderie e saloni di bellezza, trasporti e logistica: tutti rischiano contraccolpi significativi. Sul fronte del gas, la lista dei comparti sensibili comprende trasformazione alimentare, tessile e abbigliamento, carta, plastica, ceramica, macchinari e apparecchiature industriali.
Il rincaro minaccia anche i distretti industriali, cuore pulsante dell’export italiano. Dal distretto delle piastrelle di Sassuolo al vetro di Murano, dal tessile di Biella al cartario di Lucca, dalla calzetteria di Castel Goffredo alla filiera dei salumi di Parma e dell’Alto Adige, fino ai poli siderurgici e chimici di Taranto, Brindisi, Salerno e Sarroch: tutti sistemi produttivi ad alta intensità energetica, che rischiano di vedere erosa la propria competitività internazionale.
Per la Cgia, la risposta deve muoversi su più piani. A livello europeo, accelerare il disaccoppiamento tra prezzo del gas ed elettricità è considerato un passaggio cruciale per ridurre la volatilità delle bollette. Sul fronte nazionale, il governo potrebbe ricorrere a misure temporanee già sperimentate nel 2022: bonus sociali, taglio dell’Iva, azzeramento degli oneri di sistema. Ma il nodo strutturale resta irrisolto: in Italia il costo finale dell’energia continua a essere più alto della media europea, appesantito da imposte e accise che gravano soprattutto su artigiani, negozi e piccole imprese.
Tra le soluzioni possibili, la Cgia indica anche gli acquisti aggregati tramite consorzi e i contratti di lungo periodo, strumenti che permetterebbero alle Pmi di schermarsi dalla volatilità dei mercati all’ingrosso. Perché se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi, il rischio è che i rincari non restino un fenomeno temporaneo, ma diventino una nuova normalità con cui il sistema produttivo italiano dovrà fare i conti.