Il canone Rai si riconferma, puntuale come ogni anno, uno dei terreni di scontro più incandescenti della Legge di Bilancio. Inserita nella bolletta elettrica nel 2016 con l’obiettivo di azzerare l’evasione fiscale, la tassa sulla televisione di Stato rimane tra i balzelli psicologicamente più odiati dagli italiani, che continuano ad attenderne il taglio o la definitiva scomparsa. L’ultimo capitolo di questa infinita saga si gioca in Commissione, dove l’approvazione di un emendamento ha riacceso la speranza di vedere l’importo annuo scendere dagli attuali 90 euro a 70 euro.
Dietro l’annuncio dello sconto si nasconde tuttavia una promessa fortemente condizionata. La modifica approvata non fissa in modo definitivo il prezzo dell’abbonamento per il 2027, ma introduce una vera e propria clausola sospensiva. La riduzione a 70 euro scatterà unicamente se il Ministero dell’Economia individuerà le coperture finanziarie necessarie a bilanciare le minori entrate. Senza un decreto attuativo che certifichi l’esistenza di questo tesoretto, l’importo della tassa rimarrà inesorabilmente congelato alla quota originaria di 90 euro.
A un primo sguardo, il valore economico dell’operazione appare quasi simbolico: un risparmio di 20 euro all’anno equivale a poco più di un euro e mezzo al mese nel bilancio domestico, una cifra che non cambia certo il potere d’acquisto delle famiglie. La portata della misura è tuttavia enorme sul piano politico e macroeconomico. Moltiplicato per i circa 22 milioni di famiglie italiane abbonate, quel piccolo sconto genera un ammanco potenziale nelle casse dello Stato compreso tra i 420 e i 440 milioni di euro.
È proprio in questa forbice che si consuma il dilemma del Governo, spaccato tra la volontà politica di alleggerire la pressione fiscale e la necessità oggettiva di far quadrare i conti. Il canone Rai garantisce le risorse indispensabili alla sussistenza del Servizio Pubblico. Ridurne l’ammontare senza tagli ai servizi radiotelevisivi significa dover compensare la differenza attingendo direttamente alla fiscalità generale. Il rischio concreto è quello di un’illusione ottica: i venti euro risparmiati in bolletta dal cittadino rischiano di rientrare dalla finestra sotto forma di minori servizi o di altre coperture a carico dei contribuenti.