Chi vive in un condominio spesso si pone alcune domande, anche in riferimento alla gestione delle spese comuni. In particolare, ci si chiede quanto si paga davvero per l’energia e soprattutto chi deve sostenere i costi per le varie aree dell’edificio. La vita in condominio è caratterizzata, infatti, da una serie di spese che, a prima vista, possono sembrare complesse. Ci sono i costi per le aree comuni (le scale, l’ascensore e l’illuminazione dei corridoi) e poi ci sono quelli legati al consumo individuale, quelli che ognuno sostiene per la propria abitazione.
La suddivisione è fondamentale e soprattutto è un aspetto concreto, che può incidere sul budget delle famiglie che vivono negli appartamenti. Ma non sempre è semplice districarsi tra delibere dell’assemblea, tabelle millesimali e contratti di fornitura. Cosa fare, quindi?
La quota variabile dell’energia elettrica
La prima distinzione da fare riguarda la struttura stessa della bolletta dell’energia e il tipo di fornitura che si ha a disposizione. La quota variabile energia elettrica, per esempio, rappresenta quella parte del costo che dipende da vari fattori. A differenza della quota fissa, che resta uguale ogni mese, anche indipendentemente dai consumi, quella variabile oscilla e può riservare dei cambiamenti.
Per chi vive in condominio, questa distinzione è ancora più rilevante, perché va ad influire anche sul costo che dipende da quanto si consuma. Più si usa l’energia elettrica, più si paga. Le utenze comuni, come l’illuminazione delle scale o il funzionamento dell’ascensore, generano consumi che vengono inseriti in una bolletta condominiale separata.
Le situazioni possono essere diverse: un condominio con luci accese continuamente nei corridoi, magari con lampade non recenti, vedrà lievitare i costi in maniera notevole rispetto a un edificio in cui si è investito in sensori di presenza e illuminazione LED.
Chi paga le spese comuni e come si decidono i costi
Le spese energetiche comuni vengono ripartite tra tutti i condomini secondo criteri stabiliti dal regolamento condominiale o, in mancanza, dal Codice Civile. Di solito si fa riferimento alle tabelle millesimali, strumento che assegna a ogni unità immobiliare una quota proporzionale al suo valore rispetto al totale dell’edificio.
Questo vuol dire, in termini pratici, che chi possiede un appartamento più grande o di maggior pregio paga una fetta più consistente delle spese comuni. Un meccanismo che non tutti trovano equo, soprattutto quando il consumo effettivo di certi servizi, come, ad esempio, l’ascensore, non corrisponde alla quota millesimale assegnata. Chi abita al piano terra e non usa mai l’ascensore si trova comunque a pagarne una parte, anche se ridotta.
Le delibere assembleari possono modificare alcuni criteri di ripartizione, a patto che vengano approvate con le maggioranze previste dalla legge.
I consumi privati che si basano sul contatore
Diverso è il discorso per le utenze private. Ogni appartamento ha il proprio contatore, sia per l’elettricità che per il gas, e la bolletta che arriva a casa si basa sui consumi reali di quella singola unità. In questo caso, la responsabilità è interamente del singolo proprietario o inquilino. Non ci sono tabelle millesimali o ripartizioni: si paga per quello che si consuma.
Il problema, a volte, nasce quando i confini tra consumo privato e consumo comune non sono così netti. Si può pensare, ad esempio, al riscaldamento centralizzato, un caso frequente nei condomini più datati. Prima tutti pagavano in base ai millesimi, a prescindere da quanto riscaldassero effettivamente il proprio appartamento.
Con l’obbligo di installare le valvole termostatiche e i ripartitori di calore, la situazione è cambiata: oggi una parte della spesa dipende dal consumo reale, mentre un’altra resta legata ai millesimi, perché copre le dispersioni termiche dell’impianto comune.
Quest’ultima parte viene chiamata quota involontaria e per legge può arrivare fino al 30% del totale, con l’obiettivo di coprire proprio questa dispersione. Il restante 70% viene calcolato, invece, sui consumi effettivi, misurati dai ripartitori. È un equilibrio molto delicato, che cerca di conciliare equità e fattibilità dal punto di vista tecnico.