Il mattone italiano sta cambiando pelle. Se un tempo contavano soprattutto posizione, metratura e stato dell’immobile, oggi la sostenibilità è entrata a pieno titolo tra i criteri che determinano il valore di una casa. La classe energetica, in particolare, è diventata una sorta di carta d’identità dell’efficienza: racconta quanto un edificio consumi per riscaldarsi, raffrescarsi, illuminarsi e produrre acqua calda. E, inevitabilmente, incide sul prezzo finale.
La scala va dalla A4, la più virtuosa, alla G, la meno performante. Per stabilire in quale categoria rientri un immobile serve un sopralluogo di tecnici certificati, che rilasciano l’Attestato di Prestazione Energetica, documento obbligatorio per ogni compravendita. L’APE fotografa lo stato dell’edificio: qualità dell’isolamento, efficienza degli infissi, tipo di impianti installati, condizioni climatiche della zona e presenza di tecnologie come fotovoltaico, pompe di calore o solare termico. Tutti elementi che concorrono al calcolo dell’indice EPgl, il parametro che misura i consumi annuali per metro quadrato.
Il costo della certificazione varia in base alla complessità dell’immobile, ma per un appartamento di 100 metri quadrati oscilla mediamente tra 100 e 300 euro. Una spesa modesta se confrontata con le sanzioni previste in caso di mancata certificazione, che possono arrivare fino a 18.000 euro.
Ma quanto pesa davvero la classe energetica sul valore di mercato? Secondo un’analisi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il divario può essere significativo: un immobile in classe A può valere fino al 25% in più rispetto a uno in classe G. E non è difficile capire perché. Le abitazioni più efficienti consumano meno, garantiscono comfort elevato e sono spesso dotate di tecnologie moderne che riducono le spese di gestione. Nei grandi centri urbani, una casa in classe A può superare facilmente i 3.500-5.500 euro al metro quadrato.
Le classi intermedie raccontano un’Italia immobiliare molto variegata. Gli edifici in classe B, spesso frutto di riqualificazioni importanti, mantengono valori elevati e possono raggiungere incrementi del 20% rispetto alle categorie inferiori. Le case in classe C, tipiche delle costruzioni dei primi anni 2000, rappresentano un buon compromesso tra costi e prestazioni, con quotazioni che oscillano tra 2.500 e 3.800 euro al metro quadrato.
Scendendo verso le classi D ed E, la situazione cambia: consumi più alti, dispersioni termiche e impianti datati iniziano a pesare sul prezzo. Le abitazioni in classe E, tra le più diffuse in Italia, attirano per i costi più contenuti — spesso tra 1.800 e 2.800 euro al metro quadrato — ma richiedono interventi di efficientamento per mantenere un valore competitivo nel tempo.
Le classi F e G, infine, rappresentano gli immobili più energivori: edifici datati, spesso mai ristrutturati, con consumi che possono superare i 160 kWh/m² l’anno. I prezzi scendono sensibilmente, arrivando anche a 1.200 euro al metro quadrato nelle zone meno richieste. Convengono? Solo se si ha la possibilità di accedere a incentivi e affrontare lavori di riqualificazione importanti.
Il quadro generale, però, non può prescindere da un elemento chiave: ogni immobile fa storia a sé. Zona, stato di manutenzione, dotazioni, qualità delle ristrutturazioni e dinamiche locali del mercato possono ampliare o ridurre le differenze tra una classe energetica e l’altra. Una cosa, però, è certa: l’efficienza non è più un optional. È un investimento che pesa sul presente e, soprattutto, sul futuro del valore immobiliare.