A decidere le date per il pagamento della Tassa rifiuti è il Comune. La Tassa sui rifiuti può essere pagata in un’unica soluzione oppure con diverse rate, generalmente due acconti e un saldo, in base al regolamento del proprio Comune. Nel caso si verificasse, dunque, la mancata consegna dell’avviso di pagamento con i bollettini e le scadenze potrebbe essere determinata da un ritardo da parte del Comune. Per quanto riguarda le sanzioni e rischi per il cittadino che non paga la Tari, dipendono dal ritardo con cui viene regolarizzata la situazione.
Chi paga in ritardo la tassa sui rifiuti incorre infatti in una sanzione, il cui importo può essere ridotto grazie allo strumento del ravvedimento operoso.
Il ravvedimento operoso consente ai contribuenti di regolarizzare omissioni, errori o illeciti di tipo fiscale, in modo spontaneo, versando:
– il tributo non pagato;
– una sanzione stabilita in misura ridotta;
– gli interessi, calcolati sull’importo non pagato al tasso legale vigente.
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L’importo della sanzione dipende dalla data in cui si procede con il pagamento di quanto dovuto per la Tari.
Di solito la sanzione è pari al 30% dell’imposta o della tassa dovuta (art. 13 del d.lgs. n. 471/1997). Con il decreto legislativo 158 del 2015 si è però provveduto a ridurre della metà le sanzioni nel caso in cui la regolarizzazione avvenga entro 90 giorni.
Le sanzioni sono così determinate:
– ritardi fino a 14 gg: sanzione del 15% ridotta a 1/15 per giorno;
– ritardi tra 15 e 90 gg: sanzione del 15% dell’imposta;
– ritardi superiori a 90 gg: sanzione ordinaria del 30%.
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Alle sanzioni così determinate si applicano ulteriori sconti nel caso di ravvedimento operoso. Il ravvedimento operoso si ha quando il contribuente in maniera spontanea, quindi senza aver ricevuto solleciti, effettua il pagamento del dovuto. In questo caso la sanzione è:
– dello 0,1% dell’imposta per ogni giorno di ritardo più gli interessi giornalieri se il pagamento avviene entro 14 giorni dalla scadenza;
– 1,5% a cui si aggiungono interessi se il pagamento avviene tra il 15° giorno e il 30° giorno dalla scadenza;
– 1,67% a cui si aggiungono gli interessi se il pagamento avviene tra il 90° giorno e un anno;
– la sanzione deve essere pagata per intero nel caso in cui il pagamento avvenga oltre un anno.
Il tasso di interesse legale per il 2023 è stato fissato al 5%.
Nel caso in cui, invece, la Tari non venga pagata, le conseguenze sono più gravi rispetto alla semplice sanzione amministrativa.
Se l’importo complessivo di Tari non pagata supera i 30.000 euro si sfocia nel reato di evasione fiscale, per il quale si rischia la detenzione. Sotto i 30.000 euro invece rimane illecito tributario, punito comunque con sanzioni molto severe. Il Comune può infatti richiedere l’esecuzione forzata del debito, pertanto il Tribunale può disporre il pignoramento dei beni del debitore.
Vi è però anche il caso in cui il contribuente non paga la Tari perché non gli è arrivato il bollettino per effettuare il versamento. In questo caso il contribuente deve contattare il proprio Comune e chiedere informazioni circa il ritardo, in quanto chi non riceve il bollettino non può comunque considerarsi esente dal pagamento. Deve infatti pagare comunque quanto dovuto mediante modello F24 in banca o presso un ufficio postale.
La Tari è soggetta a prescrizione: se il Comune non invita il cittadino a pagare la tassa sull’immondizia entro cinque anni, non potrà più pretendere il pagamento degli importi evasi. La Corte di Cassazione con l’ordinanza 17234 del 15 giugno 2023 ha infatti ribadito che per il mancato pagamento della Tari si applica la prescrizione breve in 5 anni e non il termine ordinario di 10 anni previsto dall’art. 2946 del Codice civile.
La muffa in casa è un fenomeno piuttosto comune e che dipende da numerosi fattori. Oltre al disagio e ai rischi per la salute, la muffa comporta inevitabilmente delle spese da sostenere per la sua rimozione e per l’adeguamento dell’immobile. Non si può stabilire a priori chi, tra inquilino e proprietario, debba pagare queste spese, in quanto dipende da una serie di circostanze. Inoltre, possono anche verificarsi delle conseguenze sul contratto d’affitto, nel caso in cui le parti non adempiano ai loro doveri.
Il Codice civile regolamenta i contratti d’affitto e i doveri delle parti. Non viene ovviamente trattato nel particolare il caso specifico della muffa, ma genericamente affronta il tema dei vizi dell’appartamento. In particolare, il proprietario di casa è tenuto a rimuovere i problemi di natura strutturale dell’edificio e quelli derivanti dalla mancanza di manutenzione straordinaria.
L’inquilino, in caso di inadempienza del locatore, può mettere in atto diverse soluzioni. Ma è comunque tenuto a custodire l’immobile in buono stato (in linea di massima il medesimo in cui lo ha ricevuto) e provvedere alla manutenzione straordinaria, avendo cura di comunicare al padrone di casa eventuali problemi in maniera tempestiva. Di conseguenza, anche il padrone di casa può tutelarsi se il conduttore non conserva adeguatamente l’immobile.
Questi principi sono fondamentali per capire chi paga per la muffa nella casa in affitto, che infatti dipende dalla sua origine, nonché dalla causa degli eventuali danni che ne sono scaturiti. Bisogna sottolineare che si fa riferimento sia ai vizi dell’immobile presenti alla conclusione del contratto, sia a quelli sopravvenuti.
A quanto si evince dal Codice civile, il proprietario è tenuto a pagare per la rimozione della muffa nella casa in affitto quando è dovuta a problemi strutturali dell’immobile (ad esempio dovuti alla cattiva manutenzione degli impianti) e deve anche risolvere le problematiche di origine.
Se il proprietario si attiva per risolvere i problemi non appena avvisato dall’inquilino non deve riconoscergli alcun risarcimento, così come non deve risarcire i danni causati dalla comunicazione tardiva dell’inquilino. Resta la facoltà del locatore di agire contro il condominio se i problemi derivano dalle parti comuni dell’edificio. L’inquilino ha diritto al risarcimento danni soltanto quando il proprietario non si adopera rapidamente per risolvere il problema, ad esempio per il danno alla salute.
Quando il proprietario di casa non si adopera per risolvere il problema della muffa pur essendone responsabile oppure vuole farlo ma non ottiene la delibera dell’assemblea condominiale (quando necessaria) l’inquilino può scegliere tra:
– La risoluzione del contratto d’affitto, lasciando quindi l’appartamento;
– la riduzione del canone d’affitto.
Se il locatore non acconsente a questi rimedi, diventa necessario agire in giudizio per vederne l’attuazione. È però fondamentale che l’affittuario non decida autonomamente di ridursi il canone: il mancato pagamento, infatti, potrebbe dar luogo allo sfratto.
Se, però, l’inquilino accetta un appartamento in affitto nella consapevolezza che questo sia affetto da un vizio, non può poi chiedere queste particolari tutele, salvo l’adeguamento del padrone di casa agli obblighi sulla manutenzione straordinaria. L’unica eccezione si ha quando il vizio è pericoloso per la salute, eccezione che spesso ben si addice al problema della muffa.
Vi è poi il caso in cui la muffa sia causata dalla cattiva conduzione dell’appartamento da parte del conduttore. Quest’ultimo è infatti tenuto alla manutenzione ordinaria dell’alloggio, ad esempio per quanto riguarda rivestimenti e infissi delle finestre, tinteggiatura delle pareti e impianto di riscaldamento e condizionamento.
Se è l’inquilino ad aver causato, seppur involontariamente, la muffa, deve risolvere il problema a sue spese. E deve anche risarcire il proprietario di casa se ha procurato danni permanenti all’immobile e al suo valore, circostanza non troppo comune per la muffa ma che può presentarsi nei casi più gravi e a lungo trascurati.
La Legge di Bilancio 2024 ha ridotto da 90 a 70 euro l’anno l’importo del canone Rai, che anche quest’anno sarà addebitato nella bolletta della luce.
Con la risoluzione n. 1/E, pubblicata lo scorso 4 gennaio 2024, l’Agenzia delle Entrate ha comunicato gli importi dovuti per l’anno 2024 per chi sceglie il pagamento annuale, semestrale o trimestrale, ma anche per le altre casistiche che possono presentarsi.
Nulla è cambiato sotto il profilo pratico per i cittadini. L’addebito del canone continua infatti ad avvenire direttamente nella bolletta dell’energia elettrica, in dieci rate pari a 7 euro ciascuna. Tranne che per i pensionati che hanno scelto di addebitare il canone sulla pensione, che si vedranno semplicemente trattenere un importo inferiore dall’impresa elettrica o dall’ente previdenziale. Gli altri contribuenti già titolari di abbonamento Tv per i quali invece non è stato possibile l’inserimento nella fattura di fornitura elettrica, devono effettuare entro il 31 gennaio 2024 il versamento del canone dovuto per l’intera annualità, pari a 70 euro, tramite modello. Tra questi, ad esempio, anche i nuclei familiari in cui nessun componente è titolare di contratto di fornitura di energia elettrica sul quale sia possibile addebitare il canone Tv.
Per maggiori informazioni è disponibile l’area tematica del sito internet dell’Agenzia delle Entrate Aree tematiche – Canone TV – Agenzia delle Entrate (agenziaentrate.gov.it). per ricevere assistenza disponibile anche il numero verde 800.93.83.62.
Il 10 gennaio 2024 ha sancito definitivamente la fine del mercato tutelato per quanto riguarda il gas, mentre si attende la data del 1 luglio 2024 per la cessazione definitiva del mercato tutelato dell’energia elettrica.
Si tratta dunque di un momento che si avvicina e che richiede una certa prontezza da parte dei consumatori, soprattutto per quanto riguarda le informazioni più importanti.
Fine del mercato tutelato
Dunque, il mercato a maggior tutela dell’energia chiuderà gradualmente i battenti a partire dal 10 aprile 2024. Questo vuol dire che le famiglie saranno obbligate a passare ad un operatore che agisce all’interno del mercato libero, dunque svincolato dai prezzi imposti dall’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente.
Il processo di transizione è noto come “Servizio a Tutele Graduali”. Ovviamente conviene attivarsi sin da subito, in modo da passare al mercato libero prima della deadline indicata. In questo modo si potranno reperire il più rapidamente possibile le offerte luce e gas più convenienti per la propria situazione, sfruttando i comparatori di tariffe presenti sul mercato.
Ma cosa succede se l’utente decide di non eseguire volontariamente questo passaggio, restando dunque con il vecchio fornitore del mercato tutelato?
L’utente non sarà soggetto né a sanzioni né a problematiche come l’interruzione delle forniture. Il passaggio al mercato libero non prevede infatti il rischio di restare senza fornitori dall’oggi al domani. Gli utenti che non eseguiranno il passaggio verranno infatti automaticamente assegnati ad un fornitore del mercato libero.
Nello specifico, se si parla del mercato tutelato per le utenze gas, coloro che decideranno di non fare il passaggio autonomamente rimarranno con lo stesso fornitore, a cui però verrà assegnata un’offerta del mercato libero.
Per quanto riguarda invece gli utenti del mercato tutelato dell’energia elettrica che non faranno il passaggio entro il 1° aprile 2024, verranno assegnati ad un fornitore del mercato libero tramite un bando nazionale.
In entrambi i casi, le persone non decideranno l’offerta che verrà sottoscritta a loro nome. Per questo motivo è sempre consigliato scegliere autonomamente prima delle scadenze indicate.
I clienti vulnerabili
I Clienti Vulnerabili nell’ambito dell’energia elettrica e del gas sono individui o famiglie che, a causa di specifiche condizioni economiche, sociali o sanitarie, si trovano in una situazione di maggiore fragilità e hanno bisogno di protezione speciale per garantire loro l’accesso ai servizi energetici essenziali.
Per clienti di gas naturale e dell’energia elettrica, considerati vulnerabili e che sono attualmente serviti attraverso il Servizio di Maggior Tutela, il passaggio obbligatorio al mercato libero non inciderà sulla loro situazione. Rimarranno nel mercato tutelato.
Il passaggio dal mercato tutelato a quello libero
Nella fattispecie, bisogna semplicemente trovare un nuovo fornitore che operi all’interno del mercato libero, dove i prezzi vengono definiti secondo la logica della concorrenza, e dove non sussistono imposizioni da parte di Arera.
Selectra propone un comparatore online gratuito che offre la possibilità di mettere a confronto le proposte dei principali fornitori energetici presenti sul mercato. Una volta trovata l’opzione più adatta, l’utente dovrà semplicemente sottoscrivere il nuovo contratto.
Bisogna inoltre specificare che gli utenti non dovranno occuparsi di alcuna noia burocratica. Sarà infatti il nuovo fornitore a contattare il precedente, comunicandogli il passaggio. Naturalmente l’utente dovrà fornire alcune informazioni, come il codice POD o PDR, nome e cognome, codice fiscale e altri dati. Infine, il passaggio da un fornitore all’altro non prevede costi per gli utenti, ma è del tutto gratuito.
Fonte: Selectra.net
In una casa su quattro il forno elettrico o il frigorifero hanno più di 10 anni “di servizio”. È uno spaccato che emerge dall’Osservatorio Green Home Smart Home, indagine annuale condotta dall’ Istituto di ricerca sociale e di marketing Eumetra su un campione di 2000 famiglie. È più recente il parco delle lavatrici: la metà è stata installata negli ultimi 5 anni, come il 58% delle lavastoviglie. Gli elettrodomestici più “giovani” sono le asciugatrici (75% con meno di 5 anni), e i piani cottura a induzione che hanno meno di 5 anni nell’80% dei casi (ma sono presenti solo nel 16% delle case degli italiani), e infine i televisori (più di un terzo acquistati negli ultimi 2 anni).
Riscaldamenti, infissi e condizionatori “vecchi”
Gli impianti di efficienza energetica nelle abitazioni italiane rimangono nel complesso piuttosto datati: secondo Eumetra, quasi il 30% degli impianti di riscaldamento autonomo e degli infissi isolanti ha più di 10 anni. Sono relativamente più giovani i condizionatori: il 32% ha tra i 3 e 5 anni e “solo” il 18% oltre 10 anni. Invece, gran parte delle opere di isolamento termico è stata realizzata negli ultimi 5 anni, così come gli impianti fotovoltaici o l’installazione di pompe di calore, avvenute in tre quarti dei casi dopo il 2018.
“Gli ambienti domestici – commenta Matteo Lucchi, Amministratore Delegato di Eumetra – stanno rapidamente cambiando: sono sempre più tecnologici e connessi (27% oggi, nel 2017 erano il 4%), soprattutto per la gestione dell’intrattenimento (TV e casse audio), dell’illuminazione e della gestione del riscaldamento attraverso i termostati smart”.
Con la “casa smart” si cerca soprattutto la sicurezza
Le famiglie italiane, anche quelle non ancora connesse, puntano soprattutto alla sicurezza: il 32% considera interessante come funzione smart home l’installazione di sensori per la perdita di gas o acqua, il 28% di videocamere di sicurezza e il 27% di sensori di movimento nell’area della propria abitazione; a seguire anche gli impianti antintrusione (21%). Il risparmio energetico è il secondo elemento chiave: il 28% ha dichiarato di puntare soprattutto su nuovi termostati smart e una quota simile su strumenti “intelligenti” di monitoraggio dei consumi.
Solo un terzo delle case è efficiente
Le case “efficienti”, anche solo parzialmente (dotate di infissi isolanti, lampade led, o elettrodomestici efficienti), non superano il 34% delle abitazioni, fra le quali quelle veramente efficienti sono il 12%. La fine delle agevolazioni sta scoraggiando e scoraggerà alcune famiglie dall’acquistare impianti o strumenti che rendono più efficiente la casa dal punto di vista energetico, anche se più della metà dei “non propensi” non avrebbe comunque fatto acquisti in quest’ambito nei prossimi mesi a prescindere dal superbonus.
“Secondo la nostra analisi – ha aggiunto Matteo Lucchi – le intenzioni d’acquisto per l’efficienza energetica sono frenate oggi soprattutto dal prezzo di accesso, dal timore che le nuove dotazioni non permettano un effettivo risparmio, da una diffidenza nel rapportarsi con nuove tecnologie, dall’impegno che alcuni progetti richiedono e naturalmente dalla fine della cessione del credito che impatta appunto sulla barriera economica inziale, come accade soprattutto per le opere di isolamento termico perimetrale (cappotto)”.
Comunicato Stampa
Il tema della casa è scomparso dall’agenda del Governo.
Nessun intervento previsto in Legge di Bilancio, nessun finanziamento per le politiche dell’abitare.
Eppure i dati che dimostrano che ci troviamo di fronte ad una vera e propria emergenza sono evidenti: 600mila famiglie in attesa di una casa popolare, il dibattito aperto in tutte le grandi città per affrontare i costi dell’abitare ormai inaccessibili per i redditi medio bassi e le proteste degli studenti fuori sede che non trovano opportunità abitative accessibili.
A tutto ciò il Governo risponde azzerando il Fondo Sostegno Affitti e con un tavolo convocato dal Ministro Salvini, da cui sono stati esclusi i sindacati degli inquilini, e che ha prodotto il rinvio a un incontro successivo per affrontare il tema di un “piano casa” che continua ad essere evocato senza che circolino idee in merito, insieme alla promessa del Ministero di investire 100 milioni, una cifra ridicola rispetto alle necessità.
Certamente c’è la necessità, dopo molti anni, di realizzare un intervento significativo sulla casa, un “piano casa” che investa risorse significative, prenda atto dei bisogni diversi prodotti dai mutamenti sociali e affronti il tema di come garantire un diritto essenziale a una fascia di popolazione sempre più ampia che non ce la fa.
Ma da subito almeno tre cose possono essere fatte presto.
Innanzitutto va rifinanziato il Fondo Sostegno Affitti, insieme a quello per la morosità incolpevole, per non lasciare solo chi non riesce più a pagare l’affitto e impedire che si allunghi ulteriormente la lista degli sfratti e della sofferenza.
Usare i fondi per finanziare le agenzie comunali per la casa per aiutare chi è in difficoltà e garantire i proprietari è una strada che è necessario percorrere e che aiuta i Comuni, che altrimenti rischiano di restare soli e impotenti a fronteggiare i problemi.
In secondo luogo serve rifinanziare, ricorrendo ai fondi europei, i cosiddetti PINQUA, i progetti per la qualità dell’abitare, che, finanziati dal PNRR, hanno già prodotto 271 interventi di miglioramento edilizio e aumento delle opportunità abitative.
Il grande tema della rigenerazione urbana resta sullo sfondo ma è ineludibile, serve intervenire per creare più opportunità abitative di qualità e sostenibili laddove oggi esistono zone spesso degradate, e questa è una necessità non più rinviabile. I progetti PINQUA vanno in questa direzione e hanno aperto la strada.
Ma il tema su cui è necessario intervenire subito e che può dare subito risultati significativi riguarda il patrimonio pubblico.
I dati del Ministero competente raccontano di 70mila alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica lasciati vuoti, altre stime arrivano a 150mila alloggi pubblici inutilizzati (12mila solo a Milano). Si tratta spesso di immobili che hanno bisogno di semplice manutenzione ordinaria per poter essere assegnati ma che restano vuoti per le inefficienze dei gestori e per mancanza di fondi.
Qui c’è, come è evidente, un obiettivo di lavoro che può dare risultati in tempi rapidi e aumentare al tempo stesso il valore del patrimonio pubblico.
Servono finanziamenti e norme che consentano di incentivare questi interventi.
Mentre si fanno i tavoli al Ministero, queste cose possono essere fatte presto, basta ci sia la volontà politica.
Comunicato stampa Senatore Franco Mirabelli
Ogni anno le retribuzioni di colf e badanti devono essere adeguate al costo della vita. Infatti nel 2023 lo stipendio dei collaboratori domestici ha subito un aumento del 9,2% . Un incremento che si è riversato sulle famiglie, molte delle quali cominciano ad avere difficoltà a farsi carico dei costi dell’assunzione di colf e badanti, vista anche la mancanza di strumenti adeguati a favorirne deduzione e detrazione.
Per quanto abbia registrato una frenata, l’inflazione anche quest’anno è stata molto alta, tanto da comportare un incremento del 5,4% delle pensioni. Una percentuale simile dovrebbe essere applicata anche sui costi di colf e badanti, con un aumento che a seconda dei casi può arrivare fino a 90 euro al mese.
Le retribuzioni di colf e badanti stanno quindi per aumentare ancora. Ovviamente questo rappresenta un vantaggio per il lavoratore. Ma più i costi salgono, più aumenta il rischio di lavoro in nero. Sarebbe quindi necessario pensare a soluzioni che possano rendere maggiormente sostenibile la spesa sostenuta.
L’aumento della retribuzione di colf e badanti
La rivalutazione incide sulle retribuzioni minime indicate dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di colf e badanti. Non è ancora stato reso ufficiale il tasso che verrà applicato, ma non dovrebbe essere troppo distante dal 5,4% utilizzato per le pensioni.
Si va, quindi, da un incremento compreso tra i 40 e i 90 euro circa per le famiglie, con una spesa annua che nel peggiore dei casi può essere più alta di 1.000 euro rispetto a quest’anno. Una cifra che spaventa le famiglie, sulle quali già pesano i costi dell’inflazione.
In attesa di cifre ufficiali, continua la richiesta di nuove forme di supporto destinate alle famiglie che hanno alle proprie dipendenze colf, badanti e altri lavoratori domestici.
Oggi, infatti, i cosiddetti bonus badanti e colf sono limitati a:
– detrazione del 19% delle spese sostenute per il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali, calcolata su un massimo di spesa di 2.100 euro. Questa agevolazione vale solamente per le spese sostenute per l’assistenza delle persone disabili gravi o non autosufficienti;
– deduzione fino a 1.549,37 euro l’anno per i contributi versati in favore di colf e badanti.
Aiuti che tuttavia non sono sufficienti.
Assindatcolf da tempo sta facendo pressione sul Governo affinché venga modificata quest’ultima agevolazione, consentendo alle famiglie italiane di portare in deduzione tutte le spese sostenute per l’assunzione di colf e badanti, quindi lo stipendio oltre ai contributi. Un’agevolazione dalla quale scaturirebbe un risparmio compreso tra i 2 mila e i 5 mila euro l’anno, rendendo così maggiormente sostenibile l’assunzione in regola di un lavoratore domestico.
Arrivano maggiori risorse, quasi 2 milioni di euro, per contrastare la morosità incolpevole, destinate ai Comuni più virtuosi, ovvero quelli che hanno meglio speso i fondi già messi a disposizione della Regione per i residenti delle case di edilizia popolare che vorrebbero pagare canoni e bollette, ma che – complice l’aumento dei costi e la crisi economica – non ce la fanno ad arrivare a fine mese: i cosiddetti «morosi incolpevoli».
Ad annunciarlo è l’assessore regionale piemontese alle Politiche per la Casa, Chiara Caucino.
In sostanza, le nuove risorse a disposizione derivano da economie che riguardano il Fondo Inquilini Morosi Incolpevoli e, in particolare, sul loro utilizzo nel 2014 e nel 2015. Risparmi, risorse non utilizzate, che ora vengono rimesse in campo e date proprio a quei Comuni che più di altri si sono distinti nel loro utilizzo, venendo incontro alle persone più fragili.
La Regione, infatti, attraverso il Fondo, destina le risorse ai Comuni ai quali spetta l’utilizzo. Alcuni hanno utilizzato tutti fondi a disposizione, alcuni soltanto in parte, mentre altri li hanno sfruttati tutti. Da qui il risparmio complessivo di 1 milione 922mila e 308 euro che ora verranno ripartiti tra 38 Centri piemontesi. Un inatteso «regalo di Natale» per persone che versano in condizione di grave difficoltà economico-finanziaria.
«Si tratta di un intervento che, al di là della somma, comunque importante, mi riempie di soddisfazione per due ragioni. La prima perché dimostra che in Piemonte non si spreca un euro, premiando, allo stesso tempo, chi utilizza le risorse pubbliche nella maniera più corretta. La seconda, ancora più importante, è che attuiamo un intervento che fornisce un sostegno concreto a questi cittadini che si trovano in una situazione di estremo disagio, aggravato dall’incremento delle tariffe energetiche, dall’aumento del costo della vita, favorito dall’inflazione pregressa e dal rincaro dei beni di prima necessità, dovuto alla tempesta perfetta che si è scatenata negli ultimi anni: dalle due grandi crisi finanziarie all’emergenza della pandemia, fino ad arrivare alle recenti crisi belliche in Europa e in Medio Oriente», commenta l’assessore regionale.
Comunicato stampa
Oggi si parla meno di caro energia e la percezione prevalente nell’opinione pubblica è che la situazione geopolitica e la conseguente crisi delle forniture di gas sia ormai alle spalle. Eppure, i condomini italiani rischiano di pagare più cari sia il gas che l’elettricità: nel primo caso l’aumento potrebbe essere dell’8%, mentre nel secondo del 6%. Questa l’indicazione che arriva da un’analisi di EnergyUp, società specializzata nella fornitura di energia elettrica e di gas per le utenze condominiali, nata dalla collaborazione tra VeryFastPeople e Illumia.
Per comprendere i fattori che determinano l’andamento dei costi, è necessario capire cosa si intende per prezzi dell’energia. La prima distinzione importante da tenere a mente è quella tra il prezzo all’ingrosso, cioè il costo della materia prima energetica, e il prezzo finale, ossia quello che viene pagato da tutti i consumatori. Gli utenti, infatti, devono normalmente farsi carico non solo dei costi della materia prima, ma anche di tutta un’altra serie di voci, tra cui trasporto, gestione del contatore e tassazioni che in Italia vengono definiti come oneri di sistema.
Chiarita questa importante distinzione, emerge che, rispetto al picco registrato nell’estate del 2022 che aveva fatto scatenare il panico nelle capitali europee e prefigurato addirittura scenari di razionamento, i prezzi del gas nei mercati all’ingrosso sono diminuiti a partire dall’ultimo trimestre dello scorso anno. Diverse le ragioni: innanzitutto la domanda interna è diminuita. Da un lato gli utenti finali, come conseguenza delle tariffe elevate, hanno adottato in maniera più o meno volontaria comportamenti più virtuosi – come abbassare di un grado la temperatura dei caloriferi. Dall’altro, imprese e industrie, grandi consumatrici di gas, hanno tagliato i propri consumi così da contenere gli eccessivi costi energetici.
In aggiunta, a fine dicembre l’Unione Europea ha approvato il Price Cap, un meccanismo di correzione del prezzo del gas. L’approvazione di questo provvedimento atto a fissare un tetto massimo al prezzo del gas ha lanciato segnali positivi ai mercati, favorendo una rapida riduzione dei prezzi all’ingrosso.
Il clima mite nello scorso autunno-inverno, che è stato caratterizzato da temperature molto superiori a quelle stagionali, rappresenta un ulteriore fattore decisivo, con conseguenze importanti sul fabbisogno: la stima è che 2 gradi in più abbiano un impatto del 5 – 10% sulla domanda giornaliera.
Tutti questi eventi hanno influito sull’andamento dei prezzi all’ingrosso pagati dalle utility, mentre per quanto riguarda le bollette degli utenti finali, il sostanziale azzeramento degli oneri di sistema da parte dello Stato, a partire da ottobre 2021, aveva continuato a dare dei benefici/effetti positivi. A partire da aprile 2023 il Governo ha valutato conclusa la fase emergenziale dell’energia, ripristinando gli oneri di sistema, il cui mancato incasso pesava sul bilancio statale.
Questa decisione ha delle conseguenze sulle bollette di famiglie, imprese e condomini. In particolare, secondo le stime formulate da EnergyUp e VeryFastPeople, l’impatto del ripristino degli oneri di sistema sui costi dell’elettricità è quantificabile in circa 173 euro di spese aggiuntive. In questo contesto, nonostante un calo del PUN (Prezzo Unico Nazionale) medio dai 157,39 €/Kwh del 2022/2023 ai 112,64 €/KWh stimati per il 2023/2024 (-28%), la crescita della spesa elettrica per un tipico condominio italiano sarà del +6%: di fatto dai 1.161,89 euro di spesa media si arriverà a 1.231,09 euro. Nonostante la materia prima energia oggi costi decisamente meno rispetto a 12 mesi fa, le bollette elettriche saranno un po’ più salate per la ricomparsa di tutte quelle voci che erano state azzerate per tanti mesi.
Per il gas invece, nonostante il PSV (Punto di Scambio Virtuale) medio sia sceso dai 81,62 €/Smc dell’inverno 2022/2023 ai 46,80 €/Smc stimati per l’inverno 2023/2024 (-43%), la spesa del Condominio medio Italiano salirà dell’8%. In questo contesto, infatti, peserà non solo la reintroduzione degli oneri precedentemente scontati dal governo, ma saranno delle variabili fondamentali anche le condizioni climatiche del prossimo inverno e la capacità di risparmio dei consumatori Italiani. Qualora infatti si prospettassero nell’inverno 2023-24 condizioni climatiche drastiche, si stima che i consumi aumenterebbero addirittura del 30%: in questo scenario la spesa media salirà dai 12.463,19 € ai 13.505,73 € per un condominio medio.
“Il caro energia è tutt’altro che alle spalle”, afferma Francesco Paini Cofondatore di VeryFastPeople. “La crisi ha dimostrato che i mercati sono in balia delle vicende geopolitiche e questo ci espone a un rischio che non è solo nazionale o europeo, ma globale. Oltre a questo, il cambiamento climatico dovrebbe incoraggiare gli Stati dell’Unione europea, e l’Italia in particolare, a spingere a fondo sull’efficienza energetica e a promuovere le fonti rinnovabili”, conclude Paini.
Comunicato stampa
Sono numerosi i vantaggi derivanti dall’installazione di un impianto fotovoltaico, sia dal punto di vista ambientale sia sotto il profilo economico.
Il rendimento dei pannelli solari è però influenzato da vari aspetti che incidono in maniera significativa sulla produzione energetica. Una valutazione inadeguata di questi elementi potrebbe compromettere l’efficienza dell’intero impianto.
In fase di progettazione è quindi opportuno considerare alcune caratteristiche che influenzano la quantità di energia captata e prodotta e il rendimento dell’impianto.
Prima di definire il rendimento dell’impianto fotovoltaico, occorre analizzare il rendimento del singolo pannello fotovoltaico, ovvero la quantità di energia solare che lo stesso riesce a convertire in energia elettrica per unità di superficie. Il rendimento dell’impianto fotovoltaico, esprime dunque il rapporto tra la quantità prodotta e quella massima producibile.
Il rendimento dell’impianto è influenzato da diversi fattori, che non si riducono al solo rendimento dei moduli.
I principali fattori che influiscono rendimento dell’impianto sono:
– caratteristiche intrinseche dei pannelli;
– inclinazione dei pannelli;
– esposizione dei pannelli;
– ombreggiamento;
– distanza tra le file;
– perdite energetiche.
Esposizione e inclinazione dei pannelli
Prima dell’installazione dell’impianto fotovoltaico, è opportuno verificare che il pannello abbia la corretta esposizione al sole e l’adeguata inclinazione.
Per captare la massima radiazione solare, i pannelli solari vanno orientati verso Sud; tuttavia, anche i moduli esposti in direzione Sud-Est e Sud-Ovest possono essere performanti.
L’inclinazione (tilt) è variabile e dipende dalla latitudine. Valori orientativi alle nostre latitudini sono 20-40°.
Distanza tra le file
Nel caso di posizionamento su una superficie orizzontale, oltre a stabilire l’orientamento e l’inclinazione, bisogna calcolare la distanza tra le file di moduli in modo da trovare il giusto compromesso tra la massimizzazione di potenza installabile sulla superficie e la minimizzazione di ombreggiamenti tra le file.
Per stabilire la distanza tra le file ottimale, bisogna considerare la superficie su cui l’impianto verrà installato:
– se la superficie è inclinata, i pannelli sono generalmente installati in maniera complanare con la falda del tetto e non è necessario calcolare la distanza (l’inclinazione è quella della falda);
– se l’impianto è installato a terra o su una copertura piana, occorre determinare correttamente inclinazione e distanza tra le file, al fine di evitare ombreggiamenti dovuti ai moduli stessi, anche in considerazione dell’orario e dei periodi dell’anno.
Sarà dunque necessario calcolare l’altezza (H) e la distanza (D) tra una fila di moduli e l’altra. Nel caso in cui la distanza non è calcolata in maniera corretta, si può verificare il fenomeno delle ombre portanti, ossia i moduli posti davanti creano degli ombreggiamenti su quelli retrostanti.
Coefficiente di ombreggiamento
Un altro fattore fondamentale per garantirsi la prestazione ottimale dei pannelli è il coefficiente di ombreggiamento, che si calcola mediante la cosiddetta analisi di ombreggiamento.
L’analisi di ombreggiamento è lo studio degli elementi architettonici o naturali circostanti l’impianto, che consente di verificare in che modo essi possano intervenire sulla radiazione solare incidente e se, eventualmente, siano causa di ombre sulle superfici captanti.
Una corretta analisi di ombreggiamento prevede un sopralluogo, durante il quale si realizza un’analisi inclinometrica, ossia si verifica la presenza di eventuali oggetti che potrebbero causare delle ombre e si calcola il loro azimut.
Perdite di energia
Per calcolare l’effettivo rendimento dell’impianto solare vanno considerate le varie perdite energetiche che si possono verificare durante la conversione di energia solare in elettrica.
Si tratta di:
– perdite per riflessione;
– perdite per ombreggiamento;
– perdite per mismatching;
– perdite per effetto della temperatura;
– perdite nei circuiti in continua;
– perdite negli inverter;
– perdite nei circuiti in alternata.
Le perdite nel quadro di corrente continua dipendono dalla lunghezza dei cavi: cablaggi più lunghi provocheranno maggiori perdite.
Il fenomeno del mismatching è dovuto alle piccole differenze nelle caratteristiche elettriche che ci sono tra i vari moduli; in base alla configurazione delle stringhe questo può comportare una diminuzione dell’energia prodotta.