La direttiva Case Green – EPBD IV stabilisce obiettivi ambiziosi per la decarbonizzazione del settore edilizio, mirando a un risparmio energetico del 16% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020.
Ma raggiungere questo traguardo richiede ingenti investimenti. Secondo uno studio condotto da Agici, realizzato con il supporto di CVA e presentato a Milano nel corso dell’11° Convegno annuale dell’Osservatorio sull’efficienza energetica, l’Italia dovrà destinare 13 miliardi di euro all’anno agli edifici residenziali, 2,5 miliardi per il patrimonio pubblico e 700 milioni per le imprese, per un totale di 16,2 miliardi di euro annui da qui alla fine del decennio.
Una sfida colossale che, senza un sistema di incentivi più efficace, rischia di rallentare il percorso verso una transizione energetica reale e sostenibile.
Edifici unifamiliari: la combinazione più efficace per abbattere le emissioni
Lo studio ha analizzato il potenziale di riduzione delle emissioni combinando interventi di efficienza energetica e sistemi alimentati da fonti rinnovabili.
I dati indicano che una abitazione unifamiliare di 100 mq consuma in media 21,5 MWh all’anno, producendo 4,2 tonnellate di CO2.
Diverse tecnologie sono state messe a confronto, tra cui pompe di calore, impianti fotovoltaici, caldaie a biomassa e sistemi di accumulo elettrico.
La soluzione più efficace per abbattere le emissioni, riducendole fino al 94 per cento, è risultata quella che combina l’isolamento dell’involucro con un impianto fotovoltaico e una pompa di calore con accumulo.
Tuttavia, se si analizza il costo della riduzione della CO2, l’opzione più conveniente si rivela quella che unisce efficienza energetica e caldaia a biomassa, con un costo livellato di abbattimento delle emissioni fissato a 343 euro per tonnellata di CO2.
Gli incentivi attuali permettono di coprire tra il 34 per cento e il 35 per cento dei costi complessivi, mentre il risparmio in bolletta generato dagli interventi oscilla tra il 22 per cento e il 36 per cento.
La sfida dei condomini: la via più efficace è il teleriscaldamento
Se per gli edifici unifamiliari il fotovoltaico e l’accumulo risultano la soluzione più efficace, nei condomini la strategia più vantaggiosa sembra essere il teleriscaldamento.
Lo studio ha analizzato edifici di diverse dimensioni, con una superficie media di 9.735 mq e un consumo energetico di 1,38 GWh annui, con emissioni pari a 279 tonnellate di CO2.
Tra le diverse tecnologie prese in esame – tra cui caldaie ad alta efficienza, fotovoltaico e impianti a biomassa – la combinazione più efficace si è rivelata quella che integra l’isolamento dell’involucro con il teleriscaldamento, capace di ridurre l’ 89% delle emissioni.
Anche dal punto di vista economico, questa soluzione si conferma vantaggiosa, con un costo per tonnellata di CO2 abbattuta di 1.038 euro.
Gli incentivi previsti, tra detrazioni fiscali e Conto Termico, possono coprire tra il 34 per cento e il 36 per cento dei costi complessivi.
Industria: fotovoltaico e accumulo per ridurre le emissioni
Lo studio ha anche analizzato le soluzioni per il settore industriale, prendendo in considerazione una impresa energivora esposta alla competizione internazionale e inclusa nel sistema ETS.
I consumi stimati sono particolarmente elevati: 343.888 MWh di metano utilizzati per produrre 159.444 MWh di energia utile, con emissioni annue pari a 63.031 tonnellate di CO2.
Tra le diverse strategie esaminate, la più efficace per la riduzione delle emissioni è risultata la combinazione tra fotovoltaico, accumulo e interventi di efficienza energetica, che garantisce un abbattimento del 54,1 per cento della CO2.
Tuttavia, la soluzione più vantaggiosa dal punto di vista economico è quella che integra fotovoltaico ed efficienza energetica, con un costo di 95 euro per tonnellata di CO2 ridotta.
Lo studio ha anche valutato l’opzione di integrare l’idrogeno, ma ha concluso che la realizzazione di impianti autonomi presenta costi elevati e benefici minimi.
La strategia più efficiente, quindi, sarebbe investire nella creazione di una rete di produzione e distribuzione, piuttosto che in soluzioni isolate.
Gli incentivi attuali, tra cui Transizione 5.0 e Titoli di Efficienza Energetica (TEE), migliorano gli indicatori finanziari e potrebbero mobilitare investimenti di maggiore entità, riducendo il tempo di ritorno degli investimenti.
Gli incentivi attuali non bastano: serve un cambio di strategia
La ricerca evidenzia una criticità fondamentale: le attuali detrazioni fiscali non riescono a stimolare sufficientemente gli investimenti privati, soprattutto se combinate con finanziamenti bancari.
Una possibile soluzione potrebbe essere la combinazione dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE) con il modello Energy Performance Contract (EPC), che prevede di ripagare gli interventi con i risparmi ottenuti grazie all’efficientamento.
Questa formula si è dimostrata particolarmente efficace per progetti che garantiscono una riduzione delle emissioni tra il 20 per cento e il 50 per cento, ma non può essere applicata a tutti i settori con la stessa efficienza.
Se il Governo vuole accelerare la transizione energetica e raggiungere gli obiettivi della direttiva Case Green, sarà fondamentale ripensare il sistema degli incentivi, integrando soluzioni innovative e ampliando le opportunità per mobilitare capitali privati su larga scala.
Un’occasione da non perdere
L’implementazione della direttiva EPBD potrebbe trasformarsi in una grande opportunità per il Paese, riducendo le emissioni e rilanciando l’industria dell’efficienza energetica. Ma senza una strategia finanziaria adeguata, il rischio è quello di rallentare il processo e perdere competitività rispetto agli altri Paesi europei.
La chiave per il successo sarà una revisione degli incentivi, una maggiore integrazione tra tecnologie e un piano di investimenti strutturato, capace di coniugare sostenibilità ambientale ed economica.
L’Italia ha ancora il tempo per trasformare questa sfida in un’opportunità di crescita, ma la finestra di intervento si sta rapidamente chiudendo.