Nonostante prezzi percepiti come sempre più proibitivi e un mercato che offre poche soluzioni davvero in linea con le aspettative, gli italiani continuano a credere nella possibilità di trovare la casa giusta. È il ritratto che emerge dalla sesta edizione de “La casa che immagino”, l’indagine annuale di Casa.it che ha coinvolto oltre 4.200 consumatori e che racconta come stanno cambiando desideri, priorità e strategie nella ricerca dell’abitazione ideale.
Secondo lo studio, l’ottimismo resiste: il 79% degli intervistati è convinto che riuscirà a trovare l’immobile perfetto, una fiducia che accomuna soprattutto Generazione X e Generazione Z. Ma questo slancio si scontra con un ostacolo ormai strutturale: i prezzi troppo alti, indicati dal 60% del campione come il principale freno alla ricerca, seguiti dalla scarsità di immobili adeguati alle proprie esigenze. Una pressione che costringe il 68% delle persone a rivedere al ribasso le proprie aspettative, soprattutto tra i più giovani.
Il costo delle case non incide solo sui desideri, ma anche sui tempi: il 57% degli italiani rimanda il cambio di abitazione in attesa di un calo dei valori, mentre cresce la percezione che i prezzi stiano ancora salendo. Eppure, il desiderio di cambiare casa resta forte, trainato soprattutto dalla voglia di uno spazio esterno e di ambienti più ampi.
L’acquisto continua a essere la scelta preferita: solo l’11% degli intervistati considera l’affitto una soluzione migliore. Tra chi punta alla compravendita, quasi sette persone su dieci lo fanno per motivi legati alla prima casa, e due terzi prevedono di ricorrere a un mutuo, con percentuali altissime tra Gen Z e Millennials.
Quando si passa ai desideri, il quadro è chiarissimo: gli italiani immaginano una casa ampia, luminosa, con almeno tre locali, due camere da letto, spazi esterni e servizi essenziali a portata di mano. L’appartamento resta la tipologia più cercata, ma cresce l’attenzione verso immobili già abitabili, preferiti dal 73% del campione. La classe energetica continua a essere un parametro importante, anche se con un leggero calo rispetto all’anno precedente.
La posizione rimane un fattore decisivo, ma con sfumature generazionali: il 60% degli intervistati sarebbe disposto a rinunciare a qualche metro quadro pur di vivere nel proprio “luogo del cuore”, mentre quasi la metà preferirebbe una casa più grande anche a costo di allontanarsi dal centro. La periferia si conferma l’area più battuta nella ricerca, seguita dal centro città e dai piccoli borghi.
“Le persone desiderano una casa che unisca comfort, qualità della vita e un forte legame con il territorio in cui vogliono vivere”, osserva Daniela Mora, Head of Consumer & Brand Marketing di Casa.it. “Nonostante le difficoltà, la fiducia nel trovare l’abitazione ideale resta alta, e questo racconta molto del rapporto profondo che gli italiani hanno con la casa”.
In un mercato che cambia rapidamente, la fotografia scattata da Casa.it mostra un consumatore più consapevole, più esigente e sempre più attento a ciò che davvero conta: spazio, luce, vivibilità e un luogo che senta davvero suo.
La sicurezza in quota compie un passo avanti con l’introduzione della UNI 11996:2025, la norma che dal 27 novembre 2025 diventerà il riferimento ufficiale per la progettazione, la produzione e l’utilizzo dei parapetti anticaduta permanenti. Il documento, elaborato dalle Commissioni “Sicurezza” e “Attrezzature provvisionali”, stabilisce criteri tecnici e operativi per quei dispositivi di protezione collettiva destinati a impedire le cadute dall’alto su edifici, infrastrutture e coperture.
La norma si applica a tutte le situazioni in cui esiste un rischio di caduta, comprese le aree classificate come A, B1, B2, C1 e le coperture H secondo il Decreto del 17 gennaio 2018. Restano esclusi i parapetti provvisori e quelli propri di balconi o terrazzi, così come le protezioni veicolari o i materiali antiscivolo. Il testo si rivolge a un pubblico ampio: fabbricanti, progettisti, installatori e utilizzatori, che trovano nella UNI EN 13374 il principale riferimento tecnico di supporto.
La classificazione dei parapetti è uno degli aspetti centrali della norma. Vengono individuate due categorie: la classe A, pensata per resistere a carichi statici e a situazioni di semplice appoggio o cadute orizzontali, e la classe B, progettata per sopportare anche sollecitazioni dinamiche moderate, come quelle generate da scivolamenti su superfici inclinate. Ogni prodotto deve riportare la designazione completa, ad esempio “UNI 11996:2025 B”, per indicare chiaramente la classe di appartenenza.
Dal punto di vista costruttivo, un parapetto permanente deve essere composto da un corrente principale, un elemento intermedio e un fermapiede, tutti progettati per evitare rimozioni accidentali e ridurre il rischio di lesioni. I materiali impiegati devono garantire resistenza alla corrosione, con una durabilità minima compresa tra i 15 e i 25 anni per le verniciature, e devono impedire il ristagno dell’acqua per preservare l’impermeabilità delle coperture. Le indicazioni tecniche rimandano alle norme UNI EN 12811-2 e EN 13374, che regolano le caratteristiche di acciaio, alluminio e acciaio inox.
La verifica delle prestazioni è un altro capitolo fondamentale. La norma prevede controlli che includono esami visivi, misurazioni, calcoli o prove sperimentali, con carichi applicati al corrente principale e limiti precisi di deformazione. Le prove devono essere condotte su almeno quattro campioni rappresentativi, distinguendo tra sistemi continui e moduli, e seguendo i criteri di sicurezza previsti per gli stati limite di esercizio e ultimo.
La manutenzione gioca un ruolo decisivo nella vita utile del parapetto. La UNI 11996 stabilisce quattro livelli di ispezione: quella preliminare, eseguita prima del montaggio; quella d’uso, da effettuare ogni volta che il parapetto viene impiegato; quella periodica, obbligatoria almeno ogni 48 mesi; e quella straordinaria, necessaria dopo qualsiasi evento che possa aver compromesso la sicurezza, come la caduta di persone o materiali. Durante i controlli si devono verificare usura, corrosione, integrità delle saldature e serraggio degli elementi di fissaggio. Tutte le attività devono essere registrate in un apposito documento, mentre interventi di manutenzione e riparazione devono essere affidati al fabbricante o a un tecnico qualificato.
La documentazione accompagna ogni fase del ciclo di vita del parapetto. Il manuale di istruzioni deve riportare informazioni essenziali come la designazione del prodotto, i carichi trasmessi alla struttura, le limitazioni d’uso in presenza di vento, neve o ghiaccio, i criteri per scartare componenti danneggiati e le procedure di salvataggio previste dall’Appendice C. Ogni componente principale deve essere marcato in modo chiaro e permanente con il riferimento alla norma, il nome del fabbricante e il lotto di produzione. A completare il quadro, un cartello informativo deve indicare la classe del parapetto, le date di installazione e delle ispezioni, oltre al richiamo obbligatorio alla lettura del manuale. La valutazione di conformità può essere effettuata dal fabbricante, dall’utilizzatore o da un organismo indipendente.
Con la UNI 11996:2025, il settore della sicurezza in quota si dota di uno strumento aggiornato e rigoroso, pensato per garantire standard elevati e uniformi in un ambito dove la prevenzione resta l’unica vera arma contro gli incidenti.
L’appuntamento con il ritorno dell’ora legale è per la notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo. Come al solito, alle 2 di notte le lancette andranno spostate di un’ora in avanti e si passerà direttamente alle 3. Si “perderà un’ora di riposo”, ma dall’indomani sembrerà di poter disporre di giornate più lunghe, perché l’alba e il tramonto avverranno un’ora più tardi.
Il primo giorno con l’ora legale il tramonto sarà alle 19.35. Un bel salto in avanti se si pensa che sabato 29 marzo, l’ultimo giorno con l’ora solare, il sole calerà alle 18.34. A fine aprile il tramonto avverrà alle 20,00, mentre a fine maggio alle 20,35 e a fine giugno addirittura le 20,48. Insomma, i pomeriggi saranno sempre più lunghi e la notte tarderà sempre più ad arrivare.
Sono numerosi i Paesi in cui si spostano le lancette dell’orologio in avanti di un’ora durante i mesi più caldi per estendere la luce del giorno nelle ore serali. Questo cambiamento avviene sempre alla fine di marzo o all’inizio di aprile. Il ritorno all’ora solare, spostando le lancette indietro di un’ora, è invece previsto alla fine di ottobre o all’inizio di novembre, anche se le date esatte possono variare da Paese a Paese.
Uno dei promotori più noti dell’introduzione dello scambio tra ora legale e ora solare fu Benjamin Franklin, che nel 1784 propose qualcosa di simile in un saggio satirico, suggerendo che le persone avrebbero potuto risparmiare candele svegliandosi più presto al mattino. L’idea non fu presa sul serio fino alla Prima Guerra Mondiale, quando la Germania e i suoi alleati introdussero l’ora legale nel 1916 per risparmiare carburante riducendo la necessità di illuminazione artificiale. Altri Paesi, compresi gli Stati Uniti e vari Stati europei, adottarono poi questa pratica per ragioni simili. L’obiettivo principale dell’ora legale è quello di sfruttare meglio la luce del giorno durante i mesi estivi, riducendo così il consumo di energia elettrica per l’illuminazione.
Secondo i dati, con il ritorno dell’ora legale, nei prossimi sette mesi in Italia saranno registrati impatti positivi per il sistema energetico dal punto di vista elettrico, ambientale ed economico. Dal 2004 al 2023, secondo l’analisi di Terna, il minor consumo di energia elettrica per l’Italia dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 11,3 miliardi di kWh e ha comportato, in termini economici, un risparmio per i cittadini di circa 2,1 miliardi di euro. I benefici dell’ora legale riguardano anche l’ambiente: il minor consumo elettrico ha infatti consentito di evitare emissioni di CO2 in atmosfera per circa 180 mila tonnellate.
Tuttavia, l’efficacia dell’ora legale nel risparmiare energia è stata oggetto di un ampio dibattito, che non si è ancora concluso. Alcune ricerche suggeriscono che i risparmi energetici sono minimi. Inoltre, l’ora legale è stata criticata per i potenziali effetti negativi sulla salute, come l’alterazione dei ritmi circadiani delle persone.
A causa di queste osservazioni, alcuni Paesi hanno cessato di osservare l’ora legale, mentre altri continuano a farlo. L’Unione Europea, ad esempio, ha votato nel 2019 per abolire l’obbligo di cambiare l’ora legale a partire dal 2021, lasciando ai singoli stati membri la libertà di decidere se mantenere in modo permanente l’ora legale o l’ora solare. La decisione finale riguardo l’attuazione, dunque, può variare a seconda delle legislazioni nazionali.
Le pompe di calore geotermiche offrono un’opzione altamente sostenibile e efficiente per la climatizzazione degli edifici, ma la loro diffusione nel settore residenziale resta ancora limitata. Il principale freno è rappresentato dagli elevati costi iniziali, legati alla necessità di effettuare perforazioni nel terreno e di sviluppare studi di fattibilità e progettazioni personalizzate. Rispetto alle pompe di calore aerotermiche, l’installazione risulta più complessa e onerosa, scoraggiando molti potenziali utenti.
A questo si aggiunge la burocrazia, con permessi e autorizzazioni che possono rallentare i tempi di realizzazione, e una scarsa conoscenza della tecnologia da parte del pubblico, spesso orientato verso soluzioni più semplici e immediate. Anche gli incentivi economici — tra cui Conto Termico, Ecobonus e Superbonus — hanno mostrato nel tempo un sostegno meno incisivo rispetto ad altre fonti rinnovabili.
Piccola geotermia: semplificazioni con il Decreto Sonde Geotermiche
Un importante passo avanti è arrivato con il Decreto MiTE del 30 settembre 2022, che introduce semplificazioni amministrative per la geotermia urbana e residenziale. Il decreto stabilisce prescrizioni tecniche per la posa degli impianti e definisce le procedure abilitative semplificate (PAS), riducendo i vincoli burocratici.
– Gli impianti a circuito chiuso con sonde fino a 2 metri di profondità (orizzontali) o 80 metri (verticali), con potenza termica inferiore ai 50 kW, rientrano nelle attività di edilizia libera, senza necessità di autorizzazioni complesse.
– Per impianti più grandi (fino a 100 kW), con sonde che raggiungono i 3 metri di profondità (orizzontali) o 170 metri (verticali), è prevista la procedura abilitativa semplificata (PAS), con l’obbligo di comunicare i dati ai registri telematici regionali.
Inoltre, il decreto stabilisce criteri rigorosi per la progettazione, il fluido termovettore e le modalità di perforazione, garantendo maggiore sicurezza e sostenibilità ambientale.
Innovazione e nuove tecnologie nel settore geotermico
Per superare le criticità, il settore sta evolvendo rapidamente grazie a nuove tecnologie che lo rendono più accessibile e competitivo:
– Sistemi ibridi, che combinano geotermia, aerotermia e solare termico, migliorando l’efficienza energetica.
– Sonde geotermiche compatte, facili da installare, ideali per aree urbane con spazi limitati.
– Monitoraggio intelligente con IoT, per una gestione ottimizzata degli impianti e un minore consumo energetico.
– Reti di teleriscaldamento geotermico a bassa entalpia, perfette per condomini e comunità.
Se supportata da politiche incentivanti stabili e una maggiore consapevolezza ambientale, la geotermia potrebbe finalmente affermarsi come una delle fonti rinnovabili più strategiche per la climatizzazione del futuro.
In un mercato immobiliare sempre più attento alla sicurezza e alla tracciabilità degli impianti, la dichiarazione di rispondenza – meglio nota come DiRi – è diventata un documento chiave. Si tratta di una certificazione tecnica che interviene quando manca la dichiarazione di conformità (DiCo), obbligatoria per gli impianti installati dopo il 2008 ma non sempre disponibile per quelli più datati. La DiRi colma proprio questo vuoto: viene rilasciata da un tecnico qualificato dopo verifiche, sopralluoghi e collaudi, e certifica che l’impianto rispetta le norme vigenti al momento della sua installazione. È applicabile solo agli impianti realizzati tra il 13 marzo 1990 e il 27 marzo 2008, un periodo in cui la documentazione non era sempre prodotta o conservata con rigore.
Negli immobili più vecchi non è raro imbattersi in impianti privi di certificazioni: documenti smarriti, lavori eseguiti senza rilascio della DiCo o semplicemente interventi mai formalizzati. Proprio per rispondere a questa realtà, il D.M. 37/2008 ha introdotto la dichiarazione di rispondenza, che non autorizza interventi correttivi ma fotografa lo stato dell’impianto rispetto alle norme dell’epoca. Per gli impianti anteriori al 1990, invece, la DiRi non è prevista: in questi casi si ricorre a dichiarazioni sostitutive o relazioni tecniche, utili per finalità private ma prive del valore certificativo della DiRi. Non va confusa, inoltre, con la cosiddetta “attestazione di rispondenza”, un termine informale che non identifica alcun documento distinto.
La dichiarazione può essere richiesta in molte situazioni pratiche: dall’attivazione o variazione delle utenze alla vendita dell’immobile, passando per richieste di mutuo, aggiornamenti della segnalazione certificata di agibilità, apertura di attività commerciali o interventi di ristrutturazione. È spesso indispensabile anche nelle locazioni e nelle successioni, per evitare contestazioni future. La DiRi può riguardare impianti elettrici, idrici, del gas o canne fumarie, e deve essere redatta da professionisti abilitati: ingegneri, architetti, geometri o periti con almeno cinque anni di esperienza nel settore, oppure responsabili tecnici di imprese abilitate da almeno cinque anni. Chi firma la dichiarazione si assume responsabilità civili e penali, motivo per cui la procedura richiede verifiche accurate e documentazione dettagliata.
La mancanza di una certificazione adeguata può esporre il proprietario a rischi significativi. Il D.M. 37/2008 prevede sanzioni amministrative che possono superare i mille euro, oltre alla possibile sospensione di attività commerciali e alla responsabilità per danni causati da incidenti come cortocircuiti, incendi o fughe di gas. Senza DiRi può diventare complicato ottenere polizze assicurative, mutui o finanziamenti, e vendere un immobile privo di documentazione impiantistica può aprire la strada a contestazioni da parte dell’acquirente. Anche i costi della certificazione variano sensibilmente: si va da qualche centinaio di euro per appartamenti di piccole dimensioni a cifre superiori ai mille euro per immobili più grandi o impianti complessi, con differenze legate alla tipologia dell’impianto e ai tariffari locali.
In un panorama edilizio che richiede sempre più trasparenza e sicurezza, la dichiarazione di rispondenza rappresenta dunque uno strumento essenziale per regolarizzare gli impianti datati e garantire la tranquillità di proprietari, acquirenti e inquilini. Una tutela che, pur non sostituendo gli standard moderni, permette di colmare un vuoto documentale e di riportare ordine in un settore dove la sicurezza non può essere lasciata al caso.
Nel 2026 il canone Rai resta fissato a 90 euro, un importo che molti anziani con redditi modesti faticano a sostenere. Per questo il legislatore ha confermato anche per quest’anno l’esenzione destinata agli over 75, una misura che permette a migliaia di famiglie di alleggerire la bolletta elettrica. Ma il beneficio non è automatico: servono requisiti precisi e una domanda presentata nei tempi corretti.
L’esonero spetta agli anziani che hanno compiuto 75 anni e che non superano un reddito complessivo di 8.000 euro annui, considerando anche quello del coniuge. La norma è chiara: basta superare questa soglia, anche di poco, per perdere il diritto all’agevolazione. A pesare è anche la composizione del nucleo familiare. L’esenzione è concessa solo se l’anziano vive da solo o con il coniuge, mentre decade se in casa convivono altre persone con un reddito proprio. Restano esclusi anche coloro che si avvalgono di collaboratori domestici, colf o badanti.
Fondamentale è la tempistica. Per ottenere l’esonero per l’intero 2026 occorre aver compiuto 75 anni entro il 31 gennaio. Chi raggiunge la soglia anagrafica entro il 31 luglio potrà comunque beneficiare dell’agevolazione, ma solo per il secondo semestre dell’anno. Chi invece festeggerà il traguardo dopo l’estate dovrà attendere il 2027, presentando la domanda entro il 31 gennaio del prossimo anno.
La richiesta va inoltrata all’Agenzia delle Entrate, che gestisce le esenzioni e i rimborsi. Le modalità sono tre: invio tramite raccomandata alla Direzione Provinciale I di Torino, trasmissione via posta elettronica certificata con firma digitale oppure consegna diretta presso un qualsiasi ufficio territoriale dell’Agenzia. Una volta ricevuta la domanda, l’interruzione dell’addebito in bolletta non è immediata: per le richieste arrivate entro il 15 del mese, la sospensione scatta dalla rata successiva; per quelle inviate dopo, occorre attendere due mesi.
Un dettaglio importante evita inutili duplicazioni: chi ha già ottenuto l’esonero l’anno precedente non deve ripresentare la domanda, a meno che non siano cambiati i requisiti. Una semplificazione che tutela gli anziani e rende più fluida la gestione amministrativa.
In un Paese che invecchia rapidamente, l’esenzione dal canone Rai rappresenta una piccola ma significativa misura di sostegno. Un aiuto che, per essere davvero efficace, richiede però attenzione alle scadenze e consapevolezza delle regole. Se vuoi, posso aiutarti a trasformare questo testo in una versione più breve, più tecnica o più orientata alla comunicazione istituzionale.
Nel triennio 2021-2023 il patrimonio abitativo italiano ha superato la soglia dei 35,6 milioni di unità, crescendo dell’1%. Una distesa di case che si concentra soprattutto al Nord, dove se ne contano quasi 16,5 milioni, mentre il Centro ne ospita 6,7 milioni, il Sud oltre 8,1 e le Isole poco più di 4,2. Ma non tutte queste abitazioni sono realmente vissute: quelle occupate da residenti sono circa 26 milioni, pari al 73% del totale, e in aumento dell’1,4% rispetto al 2021. Le restanti 9,5 milioni restano vuote o abitate da non residenti, un dato sostanzialmente stabile.
È nel Centro-Nord che si registra il maggiore utilizzo del patrimonio disponibile: qui le abitazioni non occupate diminuiscono, segno di un mercato più dinamico e di territori più attrattivi. Al contrario, Sud e Isole mostrano una lieve crescita delle case vuote, complice la ripresa delle migrazioni in uscita e la forte presenza di seconde case.
Il Censimento permanente del 2023 conferma un tratto identitario del Paese: il 73,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà. La quota sale nelle Isole e nel Nord-est, mentre scende al Sud, dove si registra il valore più basso. Gli affitti riguardano il 19,6% delle famiglie, con picchi nel Nord-ovest, mentre le abitazioni occupate ad altro titolo – uso gratuito o forme particolari – raggiungono il 6,5%, più diffuse nelle Isole.
La geografia dell’abitare cambia radicalmente a seconda del territorio. Le città mostrano le quote più alte di abitazioni occupate (84,5%), seguite dai Comuni di pianura. Le zone rurali e montane, invece, restano indietro, con valori che scendono fino al 53%. Anche la dinamica recente conferma il divario: tra 2021 e 2023 le aree urbane e pianeggianti registrano gli incrementi più significativi, mentre le abitazioni non occupate diminuiscono. Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto guidano la classifica delle regioni più “abitate”, mentre Abruzzo, Calabria e Molise restano in coda. La Valle d’Aosta si conferma l’unica regione dove prevalgono le case non occupate.
Quando la casa non basta: l’1% vive in condizioni di superficie critica
La superficie media delle abitazioni occupate è di 101,3 metri quadrati, con punte più alte nel Nord-est e nelle Isole. Le città, invece, offrono spazi più ridotti: appena 93,5 metri quadrati in media, contro i 110 delle aree rurali.
Per misurare il disagio abitativo, l’indicatore ISAC individua le famiglie numerose che vivono in spazi troppo piccoli. A livello nazionale riguarda l’1% delle abitazioni occupate: oltre 268mila case e circa 1,3 milioni di persone. Il disagio è più diffuso nel Centro e nel Mezzogiorno, mentre il Nord mostra valori più contenuti.
Le città sono il luogo dove l’affollamento si fa più sentire: 1,3% delle abitazioni, pari a 125mila unità. Nei piccoli centri e nelle aree rurali la situazione migliora sensibilmente. Le zone di collina litoranea registrano i valori più alti, mentre montagna e collina interna restano sotto l’1%. La Campania guida la classifica del disagio abitativo, seguita da Lazio e Sicilia; Molise, Friuli-Venezia Giulia e Umbria presentano invece i valori più bassi.
Coabitazioni in crescita: il Centro Italia guida, le grandi città attraggono gli stranieri
Le abitazioni condivise da più famiglie sono circa 322mila, per un totale di 699mila nuclei familiari. Il fenomeno è più diffuso nel Centro e nel Nord-ovest, ciascuno con il 24% del totale, mentre Sud, Nord-est e Isole seguono con quote più contenute.
Le coabitazioni composte da sole famiglie straniere rappresentano il 10,6% del totale, con una forte concentrazione nel Centro e nel Nord, dove la presenza di cittadini non italiani è più consistente. Nelle grandi città la percentuale supera il 50%, spinta dai costi elevati degli immobili e da una maggiore domanda abitativa. Il 57% di queste abitazioni si trova in pianura, un dato superiore alla media delle coabitazioni complessive.
Ancora più diffusa è la coabitazione tra famiglie pluricomponenti, che rappresenta quasi il 24% delle abitazioni condivise. In questo caso il baricentro si sposta verso il Sud, dove si concentra il 31% del totale. Nel Mezzogiorno e nelle Isole le famiglie numerose occupano oltre un terzo delle abitazioni condivise, mentre nel Centro-Nord la quota scende intorno al 20%. Le piccole città e i sobborghi sono i territori dove il fenomeno è più frequente.
A livello regionale, Lazio, Sardegna, Campania e Sicilia registrano le quote più alte di abitazioni occupate da famiglie coabitanti. Toscana, Emilia-Romagna e Lazio guidano invece la classifica delle coabitazioni composte da soli stranieri, mentre Campania, Calabria e Sicilia primeggiano per quelle formate da famiglie pluricomponenti.
Il prezzo fisso nelle bollette di luce e gas sta diventando un animale in via d’estinzione. Per anni è stato il mantra del mercato libero: blocchi il prezzo, ti metti al riparo dalle impennate e vivi sereno. Oggi quella promessa non regge più. Le aziende dell’energia non vogliono – o non possono – scommettere sul futuro, soprattutto in un mondo dove ogni crisi geopolitica, ogni inverno rigido, ogni tensione internazionale può far saltare i mercati nel giro di poche ore.
La frattura si è aperta con la crisi energetica europea tra il 2021 e il 2022, quando gas ed elettricità hanno toccato livelli mai visti. Per molti fornitori è stato un bagno di sangue: avevano venduto contratti a prezzo bloccato, ma per onorarli hanno dovuto comprare energia all’ingrosso a cifre astronomiche. In pratica vendevano in perdita. È stato un trauma collettivo per il settore, che da allora ha cambiato pelle. Una lezione chiara: mai più esporsi troppo.
Il problema non è solo quanto costa l’energia, ma quanto è diventato impossibile prevederlo. Guerre, tensioni in Medio Oriente, domanda industriale, clima, mercati globali del gas: tutto si intreccia in un mosaico instabile. Gli analisti lo ripetono da mesi: in un contesto così volatile, proporre un prezzo fisso davvero conveniente è quasi impossibile. Per farlo bisognerebbe indovinare l’andamento dei mercati per mesi o anni. E se si sbaglia, il conto lo paga il fornitore.
Così le utility hanno trovato una via d’uscita: trasferire il rischio ai clienti. Le offerte indicizzate sono diventate la norma. Il prezzo non è più una promessa, ma una formula: indice di mercato più un margine fisso per il venditore. Se il mercato sale, sale la bolletta. Se scende, scende anche la bolletta. Per le aziende è la soluzione perfetta: il margine resta intatto, qualunque cosa accada.
Il paradosso è che i consumatori continuano a preferire il prezzo bloccato. Nel mercato elettrico, quando è disponibile, oltre due terzi delle famiglie lo scelgono. Ma proprio quelle offerte stanno scomparendo. Solo una parte dei fornitori continua a proporle, spesso con durate più brevi e condizioni più rigide. In molti casi il blocco dura appena un anno, poi scatta il rinnovo. Ed è lì che molti clienti scoprono l’altra faccia del prezzo fisso: non è eterno. Alla scadenza arriva una nuova proposta economica, quasi sempre più alta della precedente, perché riflette il mercato del momento.
Il risultato è un mercato libero che non assomiglia più a quello di qualche anno fa. Prima della crisi il rischio lo assorbivano i fornitori. Dopo la crisi, lo assorbono i clienti. La bolletta non è più una cifra stabile, ma una variabile finanziaria agganciata agli indici energetici globali. E il vecchio prezzo fisso, quello che prometteva stabilità e tranquillità, è ormai un lusso raro. In un mondo dove basta una scintilla in Iran per far tremare i mercati, nessuno vuole più rischiare. Tranne, naturalmente, chi la bolletta la paga.
Con l’arrivo della primavera, puntuale come ogni anno, torna la domanda che milioni di famiglie si pongono: quando si spegne il riscaldamento. Nel 2026 il calendario non riserva sorprese, ma conoscere le scadenze è fondamentale per evitare sprechi, rispettare le regole comunali e gestire al meglio i consumi domestici. Le date, infatti, non sono uguali per tutti: dipendono dalla zona climatica in cui si vive, un sistema nazionale che divide l’Italia in sei fasce, dalla A alla F, in base ai “gradi-giorno”, l’indice che misura quanto freddo fa in un territorio durante l’anno.
Nelle aree più miti, come le isole e il Sud costiero, i termosifoni si spengono già a metà marzo. A Lampedusa, Porto Empedocle e in diversi comuni della Sicilia meridionale, lo stop è fissato al 15 marzo 2026. Poco dopo, il 31 marzo, tocca alle città della zona B, come Palermo, Reggio Calabria, Crotone e Agrigento, e alla zona C, che comprende centri come Napoli, Bari, Cagliari, Lecce e Salerno.
Il cuore della Penisola entra in scena a metà aprile. Roma, Firenze, Genova, Ancona, Viterbo e Pescara – tutte in zona D – dovranno chiudere le valvole entro il 15 aprile, anche se non mancano eccezioni: la Capitale, ad esempio, ha anticipato lo spegnimento al 7 aprile 2026. Stessa scadenza per la zona E, che abbraccia gran parte del Centro-Nord, da Milano a Torino, da Bologna a Verona, passando per Padova, Bergamo, Bolzano, Parma, Venezia, Perugia e L’Aquila.
Poi ci sono i territori dove il freddo non concede tregua. Le zone F – Trento, Cuneo, Belluno e le aree alpine – non hanno limiti: qui il riscaldamento può essere acceso e spento liberamente, senza vincoli di calendario.
Il sistema delle zone climatiche nasce proprio per bilanciare comfort e risparmio energetico, adattando i periodi di accensione alle reali esigenze del territorio. Le fasce A e B coprono le aree più miti del Sud, le C e D quelle dal clima temperato, mentre la E raccoglie la maggior parte delle città del Nord e del Centro. La F, infine, è riservata ai comuni montani più freddi.
Per chi vive in un condominio con impianto centralizzato, la data di spegnimento segue il calendario della zona climatica, ma la decisione finale spetta all’amministratore o all’assemblea. In genere si rispettano le scadenze di legge, salvo ondate di freddo che possono giustificare una proroga. Gli orari giornalieri di accensione possono essere modulati, purché restino entro i limiti previsti. Nei condomìni con contabilizzazione del calore, ogni inquilino può regolare i propri consumi, ma non anticipare la chiusura dell’impianto comune.
Chi invece dispone di un riscaldamento autonomo ha maggiore libertà: può spegnere quando preferisce, pur restando entro il periodo generale di accensione stabilito dalla normativa.
In un Paese che attraversa climi diversissimi nel giro di poche centinaia di chilometri, il calendario dello spegnimento dei termosifoni è un piccolo ma significativo rito collettivo. Un passaggio che segna l’arrivo della bella stagione e ricorda quanto sia importante gestire l’energia con attenzione, senza rinunciare al comfort.