La crisi in Medio Oriente non si combatte solo sul terreno militare: le sue onde d’urto stanno già arrivando nelle bollette delle imprese italiane. Secondo le nuove stime dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, l’escalation contro l’Iran iniziata a fine febbraio potrebbe tradursi, nel 2026, in un conto energetico più salato di quasi 10 miliardi di euro. Una cifra che, se confermata, riporterebbe la spesa complessiva per luce e gas a 82,6 miliardi, con un balzo del 13,5% rispetto al 2025. Un colpo pesante per un sistema produttivo che da anni cammina su un equilibrio sempre più fragile.
Il mercato ha reagito con immediatezza. Alla vigilia dell’operazione militare congiunta, il gas viaggiava intorno ai 32 euro al megawattora e l’elettricità a 107,5. Nel giro di pochi giorni, complice l’incertezza sulle rotte energetiche globali, le quotazioni sono schizzate a 55,2 euro per il gas e oltre 165 per l’elettricità. Un’impennata che non ha raggiunto i picchi del 2022, quando il gas superò i 300 euro, ma che basta a riaccendere timori e tensioni.
Il Medio Oriente resta un crocevia decisivo per l’approvvigionamento globale e ogni scossa geopolitica si riflette quasi in tempo reale sui prezzi. La variabile più inquietante è lo Stretto di Hormuz: un eventuale blocco del traffico energetico avrebbe effetti immediati su carburanti, noli marittimi e inflazione, aprendo la strada a un nuovo shock energetico.
L’impatto, però, non sarebbe uniforme lungo la penisola. Le regioni più industrializzate pagherebbero il prezzo più alto. La Lombardia guiderebbe la classifica degli aumenti con oltre 2,29 miliardi di spesa aggiuntiva, seguita da Emilia-Romagna (1,16 miliardi), Veneto (1,12), Piemonte (879 milioni) e Toscana (670). Una mappa che ricalca fedelmente la geografia produttiva del Paese: dove si concentra l’industria, più forte è la vulnerabilità ai rincari.
A soffrire sarebbero soprattutto i settori energivori. La metallurgia, con acciaierie e fonderie, è tra i comparti più esposti alle oscillazioni dell’elettricità, ma non è sola. Alimentare, chimica, turismo, ristorazione, commercio, servizi come lavanderie e saloni di bellezza, trasporti e logistica: tutti rischiano contraccolpi significativi. Sul fronte del gas, la lista dei comparti sensibili comprende trasformazione alimentare, tessile e abbigliamento, carta, plastica, ceramica, macchinari e apparecchiature industriali.
Il rincaro minaccia anche i distretti industriali, cuore pulsante dell’export italiano. Dal distretto delle piastrelle di Sassuolo al vetro di Murano, dal tessile di Biella al cartario di Lucca, dalla calzetteria di Castel Goffredo alla filiera dei salumi di Parma e dell’Alto Adige, fino ai poli siderurgici e chimici di Taranto, Brindisi, Salerno e Sarroch: tutti sistemi produttivi ad alta intensità energetica, che rischiano di vedere erosa la propria competitività internazionale.
Per la Cgia, la risposta deve muoversi su più piani. A livello europeo, accelerare il disaccoppiamento tra prezzo del gas ed elettricità è considerato un passaggio cruciale per ridurre la volatilità delle bollette. Sul fronte nazionale, il governo potrebbe ricorrere a misure temporanee già sperimentate nel 2022: bonus sociali, taglio dell’Iva, azzeramento degli oneri di sistema. Ma il nodo strutturale resta irrisolto: in Italia il costo finale dell’energia continua a essere più alto della media europea, appesantito da imposte e accise che gravano soprattutto su artigiani, negozi e piccole imprese.
Tra le soluzioni possibili, la Cgia indica anche gli acquisti aggregati tramite consorzi e i contratti di lungo periodo, strumenti che permetterebbero alle Pmi di schermarsi dalla volatilità dei mercati all’ingrosso. Perché se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi, il rischio è che i rincari non restino un fenomeno temporaneo, ma diventino una nuova normalità con cui il sistema produttivo italiano dovrà fare i conti.
Il Milleproroghe cambia ancora una volta il calendario dell’edilizia italiana. Con un emendamento approvato alla Camera, i termini per avviare e concludere i lavori legati a permessi di costruire, SCIA, autorizzazioni paesaggistiche e atti ambientali vengono estesi fino a un massimo complessivo di 48 mesi. Una finestra temporale senza precedenti, che si applicherà a tutti i titoli rilasciati o formatisi entro il 31 dicembre 2025, ampliando in modo significativo la platea degli interventi che potranno beneficiare del differimento.
La misura arriva in un contesto in cui il settore continua a fare i conti con rincari dei materiali, difficoltà nella filiera delle forniture e rallentamenti operativi che negli ultimi anni hanno messo a rischio la tenuta di molti cantieri. L’obiettivo è chiaro: evitare la decadenza dei titoli, dare respiro a professionisti e imprese, alleggerire il carico degli uffici tecnici comunali e garantire una maggiore stabilità nella programmazione degli interventi.
Dalle prime misure emergenziali ai 48 mesi: l’evoluzione della norma
Il percorso che porta all’attuale estensione nasce nel 2022, con il Decreto “Ucraina”, quando per la prima volta il legislatore intervenne per evitare che l’impennata dei costi e i ritardi nei cantieri facessero scadere i titoli edilizi. Da allora, la proroga ha continuato ad allungarsi: prima 12 mesi, poi 24 con il Milleproroghe 2023, quindi 30 con il Decreto Energia e infine 36 mesi per i titoli formati entro il 2024.
Con il Milleproroghe 2026 si compie un ulteriore salto: il differimento arriva a 48 mesi e la soglia temporale dei titoli interessati si sposta al 31 dicembre 2025. Una scelta che, di fatto, estende la validità di un numero molto più ampio di permessi e autorizzazioni, incidendo direttamente sulla pianificazione dei cantieri dei prossimi anni.
Permessi di costruire: proroga su richiesta e compatibilità urbanistica
Per i permessi di costruire, la proroga non è automatica: il titolare deve comunicarla prima della scadenza dei termini. Resta inoltre un paletto fondamentale: il titolo non deve essere in contrasto con nuovi strumenti urbanistici o con sopravvenuti vincoli paesaggistici e culturali. Una verifica che diventa cruciale per evitare sorprese, soprattutto nei territori in cui i piani urbanistici sono in fase di revisione.
SCIA, autorizzazioni paesaggistiche e atti ambientali: l’estensione è generalizzata
Il differimento a 48 mesi non riguarda solo i permessi di costruire. La proroga si applica anche alle SCIA, ai provvedimenti paesaggistici e alle autorizzazioni ambientali previste dalla normativa di settore. E vale sia per i titoli originari sia per quelli che avevano già beneficiato di precedenti proroghe, comprese quelle concesse durante la pandemia o per cause sopravvenute non imputabili al titolare.
Lottizzazioni e piani attuativi: validità prolungata
L’emendamento interviene anche sugli strumenti urbanistici attuativi, prorogando di 48 mesi la validità delle convenzioni di lottizzazione, i termini di inizio e fine lavori in esse previsti e quelli dei piani attuativi collegati. Anche qui, la condizione resta la stessa: gli atti devono essersi formati entro il 31 dicembre 2025 e non devono essere sopraggiunti vincoli incompatibili.
Effetti pratici: meno burocrazia, più margine operativo
Sul piano operativo, la proroga riduce il rischio di dover ripresentare istanze per interventi già autorizzati, con un duplice effetto: meno burocrazia per i privati e meno pressione sugli uffici comunali. La norma non modifica il regime ordinario previsto dal Testo Unico dell’Edilizia, ma introduce una flessibilità temporanea che avrà un impatto concreto sulla gestione dei cantieri, soprattutto quelli più complessi o soggetti a rallentamenti.
In un settore che negli ultimi anni ha dovuto navigare tra incertezze e rincari, i 48 mesi del Milleproroghe rappresentano una boccata d’ossigeno. Una parentesi normativa che, pur temporanea, ridisegna i tempi dell’edilizia italiana e offre un margine di manovra più ampio per portare a termine gli interventi già programmati.
L’Italia si prepara a fronteggiare una nuova ondata di turbolenze energetiche generate dall’instabilità in Medio Oriente. E lo fa alzando il livello di guardia: l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha varato l’Unità di Vigilanza Energetica, un organismo che controllerà due volte al giorno l’andamento dei prezzi di gas ed elettricità, pubblicando i dati in tempo reale alla chiusura delle borse energetiche.
Un’operazione trasparenza che arriva mentre il Governo si dice pronto a colpire duramente eventuali speculazioni. La premier Giorgia Meloni, intervenuta a Rtl 102.5, ha promesso che “verrà fatto tutto il possibile per non darla vinta alla speculazione”, spingendosi a ipotizzare un aumento delle tasse per le aziende che dovessero approfittare della crisi, con l’obiettivo di destinare i proventi al taglio delle bollette.
Rincari in arrivo: +650 euro a famiglia
Se sul fronte degli approvvigionamenti ARERA rassicura — stoccaggi in linea con le medie stagionali e flussi di GNL regolari almeno fino ad aprile — il quadro economico per i cittadini è tutt’altro che sereno.
Secondo Federconsumatori, l’effetto combinato dei rialzi energetici e dei carburanti potrebbe costare alle famiglie italiane circa 650 euro in più all’anno. Nel dettaglio, l’aumento stimato ammonterebbe a 186,64 euro per i carburanti, 114 euro sulla bolletta elettrica e 349 euro su quella del gas. Un impatto che rischia di erodere ulteriormente il potere d’acquisto, già messo alla prova dall’inflazione.
Consumatori sul piede di guerra
Le associazioni chiedono interventi immediati: taglio delle accise, rimodulazione dell’Iva sui beni essenziali, fondi contro la povertà energetica e alimentare.
“Domani rivendicheremo misure concrete affinché gli annunci si traducano in azioni reali”, ha dichiarato Michele Carrus, presidente di Federconsumatori.
Anche Udicon e Codacons invocano una stretta contro le pratiche scorrette: vendite telefoniche aggressive, modifiche unilaterali dei contratti, rincari non giustificati. ARERA ricorda che i contratti a prezzo fisso non possono essere peggiorati dal fornitore, come stabilito dal decreto legislativo n. 3/2026.
Il fronte politico: Meloni punta su ETS e rinnovabili
La premier rilancia inoltre la battaglia sullo scorporo del costo degli ETS dal prezzo delle rinnovabili, definendolo un passaggio “urgente” da portare al prossimo Consiglio europeo.
Un tema che trova eco anche tra gli operatori del settore: un consorzio di 12 grandi produttori indipendenti — tra cui Absolute Energy, Sonnedix e Matrix Renewables — ha pubblicato un appello sui principali quotidiani. La critica è netta: il Decreto Bollette non affronta la radice del problema, ovvero la dipendenza dai combustibili fossili.
Gli Independent Power Producers chiedono un calendario certo per le aste, PPA accessibili alle PMI, una revisione del meccanismo ETS e un’accelerazione su accumuli e rinnovabili per stabilizzare i prezzi nel lungo periodo.
Accisa mobile: l’arma (forse) pronta all’uso
Tra le ipotesi sul tavolo torna la “accisa mobile”, prevista dal decreto n. 5/2023: un meccanismo che permetterebbe di usare l’extra-gettito Iva generato dai rincari per abbassare le imposte sui carburanti. Una soluzione apprezzata dall’Unione Nazionale Consumatori, anche se il presidente Massimiliano Dona avverte: “Bisogna spegnere subito la miccia dei rialzi energetici prima che la reazione a catena diventi incontrollabile”.
Il ciclone Harry ha lasciato dietro di sé un Sud ferito, con interi territori di Sicilia, Sardegna e Calabria messi in ginocchio da piogge torrenziali, frane e allagamenti. La risposta del Governo è arrivata in tempi rapidi: un decreto-legge da un miliardo di euro che prova a tamponare l’emergenza e a garantire ossigeno immediato a famiglie, imprese e lavoratori. L’obiettivo è duplice: sostenere la ricostruzione e impedire che il tessuto economico locale crolli sotto il peso dei danni.
Il cuore del provvedimento è la sospensione di tasse e contributi, una boccata d’aria che scatterà retroattivamente dal 18 gennaio e resterà in vigore fino al 30 aprile 2026. Nessuna sanzione, nessun interesse: solo tempo, quello necessario per rialzarsi dopo settimane di paralisi forzata. Una misura pensata per chi ha subito danni diretti o ha dovuto interrompere la propria attività, con l’intento di preservare liquidità in un momento in cui ogni euro può fare la differenza.
Sul fronte del lavoro, il decreto costruisce un sistema di tutele che prova a non lasciare indietro nessuno. I dipendenti che hanno visto sospendere il proprio impiego potranno contare sull’intervento dell’INPS, che garantirà un’integrazione pari all’80% della retribuzione fino al 31 maggio 2026. Una rete di sicurezza che vuole evitare che l’emergenza climatica si trasformi in un’emergenza sociale.
Per autonomi e professionisti, spesso i più esposti quando l’attività si ferma da un giorno all’altro, è previsto un contributo di 500 euro ogni 15 giorni di inattività, fino a un massimo di 3.000 euro. Un aiuto una tantum che non risolve tutto, ma riconosce il peso dei costi fissi che continuano a correre anche quando il lavoro si ferma. La misura attinge ai 400 milioni già stanziati per il biennio 2026 2027, segno che il Governo guarda oltre l’immediato e prepara una gestione più lunga dell’emergenza.
A completare il quadro interviene anche ARERA, che ha disposto la sospensione per sei mesi delle bollette di luce, acqua, gas e rifiuti. Lo stop riguarda tutte le fatture con scadenza dal 18 gennaio 2026 e blocca anche le procedure di distacco per morosità, comprese quelle avviate prima della calamità. Per accedere al beneficio, basterà presentare richiesta al proprio fornitore entro il 30 aprile 2026, utilizzando il modulo messo a disposizione online.
Il decreto, nel suo complesso, è un primo passo in una ricostruzione che si annuncia lunga e complessa. La scelta di blindare risorse fino al 2027 indica la consapevolezza che l’emergenza non si esaurirà con il ritorno del sole. La sfida ora sarà trasformare questi interventi in un percorso stabile, capace di restituire sicurezza economica a territori che, ancora una volta, hanno pagato il prezzo più alto alla furia del clima.
Nel cuore del Centro Ricerche ENEA di Portici, alle porte di Napoli, è nato un cervello digitale che replica in tutto e per tutto uno dei sistemi di calcolo più potenti d’Italia. Si chiama “gemello digitale” ed è la nuova frontiera dell’innovazione tecnologica applicata all’High Performance Computing (HPC). ENEA ha infatti sviluppato una copia virtuale dell’intera infrastruttura del proprio data center, incluso il supercalcolatore CRESCO, capace di eseguire milioni di miliardi di operazioni al secondo. L’obiettivo? Monitorare in tempo reale la macchina fisica, prevedere anomalie, simulare scenari di guasto e, soprattutto, ridurre drasticamente i consumi energetici.
Il progetto, presentato in conferenze internazionali e pubblicato sulla rivista dell’Association for Computing Machinery, è parte del più ampio programma PNRR “Rome Technopole”. Ma la sua portata va ben oltre i confini accademici: si tratta di un modello che potrebbe rivoluzionare la gestione dei data center, oggi responsabili del 3% del consumo energetico globale, con previsioni che parlano di un balzo fino al 21% entro il 2030.
Il sistema sviluppato da ENEA, in collaborazione con la start-up Trakti, integra quattro tecnologie d’avanguardia: il digital twin, che consente di simulare e ottimizzare in tempo reale parametri come raffreddamento, carichi di lavoro e consumi; la blockchain, per garantire tracciabilità e sicurezza dei dati; i token, che rappresentano le risorse digitali del centro (potenza di calcolo, memoria, energia) e ne permettono una gestione dinamica; e infine gli smart legal contract, contratti digitali registrati su blockchain che regolano automaticamente l’uso delle risorse.
“Il nostro gemello digitale è in grado di prevedere guasti, ottimizzare le risorse e ridurre i consumi, registrando ogni operazione su blockchain per garantire trasparenza e affidabilità”, spiega Marta Chinnici, matematica del Laboratorio ENEA di Infrastrutture per il calcolo scientifico. “Abbiamo già ottenuto un incremento del 40% nella visibilità dei costi legati alle risorse condivise, un risultato che apre la strada a una gestione più consapevole e sostenibile”.
Il supercalcolatore CRESCO è al centro di ricerche cruciali: dalle previsioni sul cambiamento climatico alla simulazione di materiali innovativi, dall’ottimizzazione delle reti elettriche alla fusione nucleare. E ora, grazie al suo alter ego digitale, potrà operare in modo ancora più efficiente, resiliente e rispettoso dell’ambiente.
In un mondo sempre più affamato di potenza di calcolo, la sfida non è solo tecnologica, ma anche ambientale. E il gemello digitale di ENEA potrebbe diventare il modello da seguire per un futuro in cui l’intelligenza artificiale non solo pensa, ma risparmia.
Il 2026 porta con sé un nuovo adeguamento salariale per colf, badanti e assistenti familiari. La Commissione nazionale prevista dal CCNL del lavoro domestico ha infatti definito i minimi retributivi aggiornati, recepiti dal Ministero del Lavoro e validi dal 1° gennaio 2026.
L’adeguamento annuale, come previsto dal contratto collettivo, si basa sulla variazione del costo della vita rilevata dall’ISTAT al 30 novembre dell’anno precedente. Per il 2026 l’indice registra un incremento dell’1 per cento, che viene applicato integralmente sia alle retribuzioni sia ai valori convenzionali di vitto e alloggio.
Si tratta di un aggiornamento atteso, che interessa un settore cruciale per il welfare familiare italiano: secondo le stime delle associazioni di categoria, il lavoro domestico coinvolge oltre 2 milioni di lavoratori, di cui circa il 70% impiegati nell’assistenza a persone anziane o non autosufficienti. Un comparto che continua a crescere, anche per effetto dell’invecchiamento della popolazione e della crescente domanda di assistenza continuativa.
Come cambiano le retribuzioni: livelli e tipologie di rapporto
I nuovi minimi seguono la tradizionale articolazione del CCNL, che distingue:
– livelli di inquadramento: dal livello A (collaboratori senza esperienza) al livello DS (assistenti altamente specializzati);
– tipologie di rapporto: conviventi, non conviventi, part‑time, assistenza notturna.
L’aumento, seppur contenuto, incide in modo diverso a seconda del profilo professionale e della modalità di lavoro.
Esempi di incremento
– Colf ad ore – livello B – L’aumento è pari a 0,13 euro l’ora, con la paga minima che passa da 6,88 a 7,01 euro.
– Badante convivente per persona non autosufficiente – livello CS – L’incremento mensile è di 55,98 euro, con la retribuzione minima che sale da 1.137,86 a 1.193,84 euro.
Anche i valori di vitto e alloggio, utilizzati per i rapporti di convivenza e per il calcolo di ferie e permessi, vengono adeguati dell’1 per cento.
Un settore in trasformazione
L’aggiornamento dei minimi retributivi si inserisce in un contesto di forte evoluzione del lavoro domestico. Negli ultimi anni:
– è aumentata la richiesta di assistenti familiari qualificati, soprattutto per l’assistenza a lungo termine;
– cresce il ricorso a contratti regolari, anche grazie agli incentivi fiscali e ai controlli più stringenti;
– si discute di una possibile riforma complessiva del settore, per garantire maggiore tutela sia alle famiglie sia ai lavoratori.
L’adeguamento 2026, pur modesto, rappresenta un segnale di continuità nella tutela del potere d’acquisto di una categoria spesso invisibile ma essenziale per l’equilibrio sociale del Paese.
La caldaia si rompe all’improvviso, il tecnico interviene e arriva il conto. A questo punto il proprietario dell’immobile chiede all’inquilino di contribuire alle spese, proponendo una divisione a metà del costo della riparazione. Ma è davvero una richiesta legittima? Soprattutto se l’inquilino, come spesso accade, ha sempre pagato regolarmente la manutenzione ordinaria, i controlli dei fumi e le verifiche annuali di legge?
La risposta è chiara e, per molti, sorprendente: no, la spesa non va divisa. In questi casi l’inquilino non è tenuto a partecipare al costo della riparazione.
A stabilirlo è una regola precisa del diritto delle locazioni, contenuta nell’articolo 1576 del Codice Civile. La norma affida al proprietario l’obbligo di eseguire tutte le riparazioni necessarie per mantenere l’immobile in buono stato, fatta eccezione per quelle di piccola manutenzione, che restano a carico dell’inquilino. Il punto centrale, dunque, è capire cosa rientra davvero nella “piccola manutenzione”.
Si tratta di interventi legati all’uso quotidiano dell’impianto e alla sua normale gestione: la pulizia periodica della caldaia, i controlli dei fumi, le verifiche di efficienza e la manutenzione ordinaria prevista dalla legge. Spese che, come nel caso descritto, l’inquilino ha correttamente sostenuto nel tempo.
Ben diverso è il discorso quando si verifica un guasto improvviso o una vera e propria rottura dell’impianto. La sostituzione di componenti importanti, le riparazioni strutturali della caldaia o qualsiasi intervento che non dipenda dall’uso quotidiano non rientrano nella piccola manutenzione. Sono eventi che riguardano la funzionalità e l’integrità dell’immobile e, proprio per questo, devono essere affrontati interamente dal proprietario.
In conclusione, se la caldaia si rompe non per negligenza dell’inquilino ma per vetustà o guasto tecnico, il conto non può essere “spalmato” a metà. La legge tutela l’inquilino e assegna chiaramente al locatore l’onere di queste riparazioni. Una distinzione netta, che evita equivoci e richieste indebite, soprattutto quando il riscaldamento – e quindi la vivibilità della casa – è in gioco.
I Comuni italiani stanno reggendo sulle proprie spalle il peso del PNRR, spingendo i cantieri oltre il 75% di avanzamento ma pagando un prezzo salato: più di 3,2 miliardi di euro anticipati per sopperire alla lentezza dei trasferimenti statali. È il dato più clamoroso che emerge dal nuovo report della Corte dei Conti, approvato dalla Sezione autonomie, un documento che scandaglia lo stato della spesa al 28 agosto 2025 e mette in luce un Paese che corre a due velocità. Da un lato la macchina amministrativa, che procede spedita nell’esecuzione dei progetti; dall’altro la spesa effettiva, ancora frenata dalle storiche complessità dei lavori pubblici.
Il primato operativo spetta senza rivali ai Comuni: su 96.082 interventi finanziati, ben 63.530 sono gestiti dalle amministrazioni comunali, per un valore complessivo di 24,5 miliardi. Le Regioni e le Province autonome seguono a distanza, con 29.049 progetti e 18,2 miliardi di dotazione, ma con costi medi sensibilmente più elevati. Sul piano geografico, il Mezzogiorno supera la soglia del 40% delle risorse assegnate, rispettando il vincolo di destinazione, mentre la maggiore concentrazione di fondi resta appannaggio del Nord-Ovest.
Sul fronte finanziario, il quadro appare in equilibrio solo in parte. È stato impegnato il 59,2% dei 60,8 miliardi necessari a completare le opere, ma i pagamenti reali non superano il 30%. Anche restringendo l’analisi alle sole risorse PNRR, la percentuale sale appena al 32%, pari a circa 15 miliardi. La Corte dei Conti individua qui la principale anomalia: i trasferimenti dalle amministrazioni centrali ai soggetti attuatori si fermano a 11,9 miliardi, costringendo gli enti locali a coprire con fondi propri un divario di oltre 3 miliardi pur di non bloccare i cantieri. Ad oggi, un terzo dei progetti finanziati — 19,3 miliardi su 58,6 — può dirsi effettivamente realizzato.
Il vero tallone d’Achille del Piano resta il comparto dei lavori pubblici. Pur assorbendo la quota più consistente delle risorse, circa 40 miliardi pari al 68% del totale, questa categoria mostra un avanzamento più lento, fermo al 30,1%. Una frenata che la Corte attribuisce alla complessità intrinseca delle opere infrastrutturali e ai tempi fisiologicamente dilatati delle procedure. Al contrario, altri settori si muovono con maggiore agilità: l’acquisto di beni raggiunge un utilizzo del 44,9%, la concessione di contributi il 41%, mentre l’erogazione di servizi — seconda voce di spesa per importanza, con 11 miliardi investiti — arriva al 37,8%.
Eppure, nonostante le criticità, la macchina del PNRR sembra procedere a pieno regime. L’analisi di un campione di 43.000 progetti, per un valore di 5,8 miliardi, mostra che oltre il 75% è già in fase di esecuzione, mentre il restante 24% ha raggiunto il collaudo o la verifica finale. Le Sezioni regionali segnalano ritardi in circa metà dei casi, ma sottolineano anche la capacità degli enti attuatori di recuperare terreno durante le fasi operative. Un segnale che lascia intravedere un’accelerazione decisiva nei prossimi mesi, indispensabile per rispettare le scadenze europee e trasformare il PNRR da promessa a realtà tangibile.
Il Friuli Venezia Giulia accelera sulla transizione energetica e punta con decisione sulle comunità energetiche rinnovabili. Dal 1° febbraio si aprono ufficialmente gli sportelli per accedere ai contributi previsti dalla legge regionale 16/2023 e dal regolamento attuativo approvato con D.P.R. 158/2024. Un pacchetto di incentivi che mira a sostenere non solo la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili, ma anche la progettazione e la costituzione stessa delle CER, con un occhio di riguardo ai sistemi di accumulo e al potenziamento degli impianti già esistenti.
Le domande potranno essere presentate fino alle ore 16 del 15 aprile e sono rivolte alle comunità energetiche e ai clienti finali diversi dalle persone fisiche. Il contributo, erogato in conto capitale e a fondo perduto, copre una vasta gamma di spese, purché sostenute dopo la presentazione della domanda. Si va dalle analisi preliminari alle consulenze tecniche, economiche e giuridiche, passando per gli oneri amministrativi, notarili e camerali necessari alla costituzione della CER. Sono finanziabili anche la registrazione e l’attivazione sul portale SPC del GSE, la progettazione, le indagini geologiche e geotecniche, l’acquisto di sistemi di accumulo e l’installazione di nuovi impianti, esclusi gli interventi di manutenzione o sostituzione di impianti preesistenti.
Il sostegno regionale copre inoltre l’acquisto di hardware e software, le opere edili strettamente funzionali all’installazione degli impianti, le direzioni lavori, gli oneri per la sicurezza, i collaudi tecnici e amministrativi, gli accantonamenti di legge e persino gli imprevisti. Anche l’IVA può essere finanziata, se rappresenta un costo non recuperabile, così come i costi di connessione alla rete elettrica nazionale.
Il bando prevede un contributo pari al 40% per gli impianti di produzione da fonti rinnovabili e al 30% per l’acquisto e l’installazione dei sistemi di accumulo, con un tetto massimo di un milione di euro per ciascun richiedente. Una misura che punta a rendere più accessibile la creazione di comunità energetiche e a favorire un modello di produzione e condivisione dell’energia sempre più diffuso e partecipato.
Con questo intervento, il Friuli Venezia Giulia si conferma tra le regioni più attive nel promuovere un nuovo paradigma energetico, basato sulla collaborazione tra cittadini, imprese e enti locali. Un passo concreto verso un futuro più sostenibile, in cui l’energia pulita diventa un bene condiviso.
Dopo mesi di incertezza e flessioni a ripetizione, il settore delle costruzioni italiane torna a respirare. Nel terzo trimestre del 2025, tutti i comparti dell’edilizia mostrano segnali di ripresa, con una crescita congiunturale che interessa sia il residenziale che, in modo ancora più marcato, il comparto non residenziale.
Secondo le stime diffuse dall’Istat, il numero di nuove abitazioni autorizzate ha registrato un incremento del +5,8% rispetto al trimestre precedente, mentre la superficie utile abitabile è cresciuta del +6,6%, al netto dei fattori stagionali. Un dato che interrompe una serie negativa durata cinque trimestri consecutivi e che lascia intravedere una possibile inversione di tendenza.
Ancora più dinamico il settore non residenziale, che segna un balzo dell’+11,0% rispetto al secondo trimestre dell’anno. Si tratta della variazione più significativa da oltre un anno, a conferma di una rinnovata vitalità degli investimenti in ambito produttivo, commerciale e direzionale.
Nel dettaglio, nel periodo luglio-settembre 2025 sono state autorizzate 13.342 nuove abitazioni, per una superficie complessiva di oltre 1,19 milioni di metri quadrati. La superficie non residenziale supera invece i 2,89 milioni di metri quadrati, confermando un trend espansivo che si era interrotto per tre trimestri consecutivi.
Tuttavia, il confronto su base annua restituisce un quadro ancora in chiaroscuro. Rispetto al terzo trimestre del 2024, il numero di abitazioni autorizzate risulta in lieve calo (-0,6%), a conferma di una dinamica ancora fragile sul fronte della nuova edilizia residenziale. Di segno opposto, invece, l’andamento delle superfici: +5,7% per l’abitativo e +11,1% per il non residenziale.
Il dato suggerisce che, pur in presenza di un numero stabile o in lieve contrazione di nuovi progetti, le dimensioni medie degli interventi stanno crescendo. Un segnale che potrebbe riflettere una maggiore propensione a investire in immobili di qualità, più ampi e funzionali, sia per l’abitare che per le attività produttive.
Nel complesso, il terzo trimestre 2025 segna un punto di svolta per il comparto edilizio italiano, che torna a muoversi dopo una lunga fase di rallentamento. Resta da capire se si tratti di un rimbalzo tecnico o dell’inizio di una ripresa strutturale. Molto dipenderà dall’evoluzione del contesto macroeconomico, dall’accesso al credito e dalle politiche pubbliche in materia di rigenerazione urbana e incentivi fiscali.