La domotica è diventata una delle frontiere più interessanti dell’abitare moderno. Non si tratta più soltanto di aggiungere dispositivi smart all’interno della casa, ma di ripensare gli ambienti affinché tecnologia, estetica e funzionalità convivano in modo armonioso. Una smart home ben progettata migliora il comfort, aumenta la sicurezza, ottimizza i consumi e si adatta alle esigenze quotidiane di chi la vive, contribuendo anche a valorizzare l’immobile nel tempo.
Contrariamente all’idea diffusa che la casa domotica sia un concentrato di schermi e dispositivi in bella vista, oggi la tecnologia tende a scomparire, integrandosi con discrezione negli arredi. Interruttori touch dal design minimale, sensori invisibili, luci incassate nei controsoffitti o integrate nei mobili: la domotica lavora in silenzio, senza imporsi visivamente, ma migliorando l’esperienza abitativa. L’obiettivo non è mostrare la tecnologia, bensì farla dialogare con lo stile della casa, che sia moderno, minimalista o contemporaneo.
Questa integrazione estetica si accompagna a una forte personalizzazione degli ambienti. Le luci possono adattarsi ai diversi momenti della giornata, le tende motorizzate seguono la luce naturale, la climatizzazione si regola stanza per stanza. Ogni spazio diventa più accogliente, ordinato e funzionale, contribuendo a un benessere diffuso che si percepisce nella quotidianità.
La domotica, inoltre, è modulare e scalabile. Chi desidera avvicinarsi al mondo della smart home può partire da soluzioni semplici e accessibili, come lampadine intelligenti, prese smart, termostati programmabili da remoto o assistenti vocali. Sono interventi non invasivi, che migliorano subito la gestione della casa e permettono di controllare molte funzioni anche a distanza.
Durante una ristrutturazione, invece, è possibile integrare sistemi più evoluti. L’illuminazione può essere completamente automatizzata, con scenari luminosi personalizzati e luci regolabili in intensità e colore. La climatizzazione può essere suddivisa in zone, ottimizzando consumi e comfort. I sistemi di sicurezza diventano più completi, con sensori per porte e finestre, videocamere IP, rilevatori di fumo, gas e allagamento collegati a un’unica centralina. Anche cucina e living si trasformano grazie a elettrodomestici connessi, piani di lavoro con comandi integrati, tapparelle e tende automatiche, sistemi audio multi-room. A completare il quadro, la gestione energetica consente di monitorare i consumi, integrare pannelli fotovoltaici e massimizzare l’autoconsumo, con un risparmio che può incidere sensibilmente sulle bollette.
L’efficienza energetica è infatti uno dei vantaggi più concreti della domotica. Il controllo intelligente del riscaldamento, la climatizzazione regolata in base alla presenza delle persone, l’illuminazione che si adatta alla luce naturale o si spegne automaticamente nelle stanze vuote contribuiscono a ridurre gli sprechi. Nei sistemi più avanzati, la casa diventa un ecosistema capace di ottimizzare ogni risorsa, con benefici sia economici sia ambientali.
Un ruolo centrale è ricoperto anche dalla sicurezza. Le abitazioni smart possono essere monitorate in tempo reale, grazie a videocamere controllabili da remoto, sensori di movimento, allarmi integrati e rilevatori di fumo o gas. In caso di anomalie, il sistema invia notifiche immediate, permettendo un intervento tempestivo. La casa diventa così non solo più comoda, ma anche più protetta.
La cucina, infine, è uno degli ambienti in cui la domotica mostra il suo volto più pratico. Elettrodomestici connessi, piani di lavoro intelligenti, cappe che si attivano automaticamente e illuminazione integrata rendono le attività quotidiane più semplici e intuitive. Anche qui la tecnologia tende a scomparire, lasciando spazio a superfici pulite e ordinate.
In conclusione, rendere la propria casa più smart non è più un lusso, ma una scelta consapevole per migliorare la qualità della vita. La domotica permette di vivere in ambienti più efficienti, sicuri e confortevoli, capaci di adattarsi alle esigenze di oggi e di evolvere con quelle di domani. Una casa intelligente non è soltanto più tecnologica: è una casa che lavora per noi, ogni giorno.
La vita in condominio è fatta di equilibri delicati, soprattutto quando si parla di spazi comuni. Tra i temi più discussi c’è quello del carico e scarico nel cortile condominiale: un’esigenza quotidiana, che va dalla consegna della spesa al trasloco, ma che può facilmente trasformarsi in motivo di attrito tra vicini. La regola generale è semplice: la sosta è consentita, purché sia temporanea e non intralci il passaggio o l’uso del cortile da parte degli altri residenti. È un diritto riconosciuto a tutti i condomini, ma non deve mai diventare un parcheggio mascherato.
Per capire quando la sosta è legittima, occorre partire dall’articolo 1102 del Codice Civile, che permette a ciascun condomino di utilizzare le parti comuni senza alterarne la destinazione e senza impedire agli altri di farne lo stesso. Il cortile, dunque, può essere utilizzato per il tempo strettamente necessario a trasferire merci da un veicolo all’abitazione o a un negozio interno allo stabile. La Cassazione, con la sentenza 3640/2004, ha chiarito che una sosta prolungata costituisce abuso, perché ostacola la transitabilità e impedisce l’uso paritario dello spazio. Anche in presenza di una servitù di passaggio, l’articolo 1064 del Codice Civile consente solo soste brevi e funzionali allo scarico, mai permanenti.
Accanto alla normativa generale, entrano in gioco i regolamenti condominiali, che possono introdurre limiti specifici: fasce orarie, aree dedicate, divieti di accesso per mezzi ingombranti. Qualsiasi modifica a queste regole richiede una delibera assembleare approvata con la maggioranza prevista dall’articolo 1136 del Codice Civile, mentre per cambiare un regolamento contrattuale serve l’unanimità. La Cassazione, con la sentenza 7385/2023, ha confermato che l’assemblea può vietare il parcheggio nel cortile senza alterarne la destinazione d’uso, ma non può impedire del tutto le operazioni di carico e scarico, che restano un diritto essenziale dei condomini.
Sul piano pratico, non esiste un obbligo formale di avvisare l’amministratore o i vicini quando si effettua una sosta breve. Tuttavia, in caso di operazioni più lunghe – come un trasloco o la consegna di mobili – informare gli altri può evitare disagi e facilitare l’organizzazione degli spazi. L’amministratore può indicare orari più adatti o suggerire percorsi alternativi, mentre i condomini possono prepararsi a eventuali limitazioni temporanee.
L’uso improprio del cortile, invece, può avere conseguenze serie. Se un condomino ignora i divieti del regolamento o occupa lo spazio per un tempo eccessivo, può essere sanzionato ai sensi dell’articolo 70 delle Disposizioni di Attuazione del Codice Civile, con multe che possono arrivare fino a 800 euro in caso di recidiva. Se la sosta provoca danni allo stabile o alle proprietà altrui, il responsabile può essere chiamato a risarcire i danni e a interrompere immediatamente l’uso scorretto dell’area comune.
In definitiva, il carico e scarico nel cortile condominiale è un diritto, ma va esercitato con misura. Breve durata, rispetto degli altri e attenzione alle regole interne sono gli ingredienti necessari per evitare conflitti e garantire una convivenza serena. Un piccolo gesto di cortesia – come avvisare in caso di operazioni più lunghe – può fare la differenza e trasformare un potenziale problema in una semplice routine quotidiana.
La gestione del verde condominiale è spesso sottovalutata, ma basta un albero malato o pericolante per trasformare un normale cortile in un terreno di scontro tra condomini, amministratore e Comune. L’abbattimento di un albero condominiale, infatti, non è un semplice intervento di manutenzione: secondo la giurisprudenza prevalente, rappresenta un’innovazione vietata ai sensi dell’articolo 1121 del Codice Civile, perché modifica in modo irreversibile un bene comune. Per questo, in assenza di motivi di sicurezza o urgenza, la decisione richiede l’unanimità dei condomini. Una soglia altissima, che riflette il valore paesaggistico, estetico e ambientale delle aree verdi condivise.
Prima ancora di arrivare all’assemblea, però, è necessario confrontarsi con un quadro normativo frammentato. Non esiste una legge nazionale unica che disciplini l’abbattimento degli alberi: ogni Comune può prevedere regole proprie, spesso molto dettagliate. In molti casi serve un permesso specifico, accompagnato da una perizia di un agronomo o di un arboricoltore che certifichi l’instabilità della pianta, la presenza di malattie o il rischio di danni strutturali. Altri Comuni stabiliscono soglie dimensionali oltre le quali l’autorizzazione diventa obbligatoria, ad esempio quando il tronco supera una certa circonferenza. A ciò si aggiungono i vincoli paesaggistici previsti dal D.Lgs. 42/2004, che impongono un’ulteriore autorizzazione da parte del Comune o della Soprintendenza. E per gli alberi monumentali o di pregio, la Legge 10/2013 introduce una tutela rafforzata che coinvolge anche enti locali specializzati.
Una volta chiarito il quadro amministrativo, entra in gioco il condominio. Se l’albero si trova in un’area comune, la decisione deve passare dall’assemblea. In condizioni ordinarie, il taglio è considerato un intervento troppo invasivo per essere approvato a maggioranza: serve l’unanimità, perché si incide su un bene collettivo che contribuisce al decoro e all’identità dello stabile. La situazione cambia quando esiste un pericolo concreto. Se una perizia certifica che l’albero è instabile o rappresenta un rischio per persone e cose, è sufficiente la maggioranza qualificata prevista dall’articolo 1136 del Codice Civile. Nei casi di urgenza estrema, l’amministratore può intervenire autonomamente, salvo poi sottoporre la decisione alla ratifica dell’assemblea, come previsto dall’articolo 1135. Il regolamento condominiale, soprattutto se contrattuale, può introdurre regole ancora più stringenti o procedure specifiche.
Diverso è il caso degli alberi situati in giardini di proprietà esclusiva. Qui il proprietario ha maggiore libertà d’azione, purché rispetti le autorizzazioni comunali e gli eventuali vincoli paesaggistici. Tuttavia, se la pianta invade le parti comuni, altera il decoro dell’edificio o crea rischi per la sicurezza, il condominio può intervenire, richiamandosi anche all’articolo 896 del Codice Civile, che consente di imporre la potatura di rami e radici che superano i confini. Inoltre, il regolamento contrattuale può limitare l’autonomia del singolo proprietario, imponendo vincoli su altezze, specie arboree o modalità di intervento.
Il tema dei costi è altrettanto delicato. Per gli alberi situati in aree comuni, le spese si ripartiscono tra tutti i condomini in base ai millesimi, come stabilito dall’articolo 1123 del Codice Civile. Se invece l’albero si trova in un giardino privato, il costo ricade interamente sul proprietario, che risponde anche dei danni causati da eventuali cedimenti o cadute. In caso di immobile locato, l’inquilino sostiene solo la manutenzione ordinaria, mentre l’abbattimento resta a carico del locatore.
Non mancano i casi in cui una delibera di abbattimento viene contestata. Se l’intervento non è motivato da ragioni di sicurezza o necessità, ma solo da esigenze estetiche, i condomini contrari possono impugnare la decisione ai sensi dell’articolo 1137 del Codice Civile. La delibera può essere annullata se approvata senza le maggioranze richieste o se viola norme ambientali e regolamenti locali. Quando invece l’albero è pericoloso, opporsi diventa più difficile: occorre dimostrare che il rischio è stato sovrastimato o che la decisione contrasta con perizie tecniche o vincoli paesaggistici.
Agire senza permessi o in violazione delle norme può avere conseguenze pesanti. Le sanzioni amministrative variano da poche centinaia a diverse migliaia di euro, mentre in aree vincolate l’articolo 181 del D.Lgs. 42/2004 prevede ammende fino a 52.000 euro e, nei casi più gravi, perfino l’arresto. Comune e Soprintendenza possono inoltre imporre il ripristino dei luoghi, ordinando la ripiantumazione di alberi equivalenti. Sul piano condominiale, un intervento irregolare può portare a richieste di risarcimento, all’annullamento della delibera o a responsabilità dell’amministratore per omessa vigilanza.
In un contesto così articolato, la parola d’ordine è prudenza. Prima di procedere al taglio di un albero, che sia in area comune o privata, è fondamentale consultare l’amministratore, verificare i regolamenti locali e, quando necessario, affidarsi a una perizia tecnica. Un gesto apparentemente semplice può infatti trasformarsi in un intervento complesso, con risvolti giuridici, economici e ambientali tutt’altro che trascurabili.
Nonostante prezzi percepiti come sempre più proibitivi e un mercato che offre poche soluzioni davvero in linea con le aspettative, gli italiani continuano a credere nella possibilità di trovare la casa giusta. È il ritratto che emerge dalla sesta edizione de “La casa che immagino”, l’indagine annuale di Casa.it che ha coinvolto oltre 4.200 consumatori e che racconta come stanno cambiando desideri, priorità e strategie nella ricerca dell’abitazione ideale.
Secondo lo studio, l’ottimismo resiste: il 79% degli intervistati è convinto che riuscirà a trovare l’immobile perfetto, una fiducia che accomuna soprattutto Generazione X e Generazione Z. Ma questo slancio si scontra con un ostacolo ormai strutturale: i prezzi troppo alti, indicati dal 60% del campione come il principale freno alla ricerca, seguiti dalla scarsità di immobili adeguati alle proprie esigenze. Una pressione che costringe il 68% delle persone a rivedere al ribasso le proprie aspettative, soprattutto tra i più giovani.
Il costo delle case non incide solo sui desideri, ma anche sui tempi: il 57% degli italiani rimanda il cambio di abitazione in attesa di un calo dei valori, mentre cresce la percezione che i prezzi stiano ancora salendo. Eppure, il desiderio di cambiare casa resta forte, trainato soprattutto dalla voglia di uno spazio esterno e di ambienti più ampi.
L’acquisto continua a essere la scelta preferita: solo l’11% degli intervistati considera l’affitto una soluzione migliore. Tra chi punta alla compravendita, quasi sette persone su dieci lo fanno per motivi legati alla prima casa, e due terzi prevedono di ricorrere a un mutuo, con percentuali altissime tra Gen Z e Millennials.
Quando si passa ai desideri, il quadro è chiarissimo: gli italiani immaginano una casa ampia, luminosa, con almeno tre locali, due camere da letto, spazi esterni e servizi essenziali a portata di mano. L’appartamento resta la tipologia più cercata, ma cresce l’attenzione verso immobili già abitabili, preferiti dal 73% del campione. La classe energetica continua a essere un parametro importante, anche se con un leggero calo rispetto all’anno precedente.
La posizione rimane un fattore decisivo, ma con sfumature generazionali: il 60% degli intervistati sarebbe disposto a rinunciare a qualche metro quadro pur di vivere nel proprio “luogo del cuore”, mentre quasi la metà preferirebbe una casa più grande anche a costo di allontanarsi dal centro. La periferia si conferma l’area più battuta nella ricerca, seguita dal centro città e dai piccoli borghi.
“Le persone desiderano una casa che unisca comfort, qualità della vita e un forte legame con il territorio in cui vogliono vivere”, osserva Daniela Mora, Head of Consumer & Brand Marketing di Casa.it. “Nonostante le difficoltà, la fiducia nel trovare l’abitazione ideale resta alta, e questo racconta molto del rapporto profondo che gli italiani hanno con la casa”.
In un mercato che cambia rapidamente, la fotografia scattata da Casa.it mostra un consumatore più consapevole, più esigente e sempre più attento a ciò che davvero conta: spazio, luce, vivibilità e un luogo che senta davvero suo.
La sicurezza in quota compie un passo avanti con l’introduzione della UNI 11996:2025, la norma che dal 27 novembre 2025 diventerà il riferimento ufficiale per la progettazione, la produzione e l’utilizzo dei parapetti anticaduta permanenti. Il documento, elaborato dalle Commissioni “Sicurezza” e “Attrezzature provvisionali”, stabilisce criteri tecnici e operativi per quei dispositivi di protezione collettiva destinati a impedire le cadute dall’alto su edifici, infrastrutture e coperture.
La norma si applica a tutte le situazioni in cui esiste un rischio di caduta, comprese le aree classificate come A, B1, B2, C1 e le coperture H secondo il Decreto del 17 gennaio 2018. Restano esclusi i parapetti provvisori e quelli propri di balconi o terrazzi, così come le protezioni veicolari o i materiali antiscivolo. Il testo si rivolge a un pubblico ampio: fabbricanti, progettisti, installatori e utilizzatori, che trovano nella UNI EN 13374 il principale riferimento tecnico di supporto.
La classificazione dei parapetti è uno degli aspetti centrali della norma. Vengono individuate due categorie: la classe A, pensata per resistere a carichi statici e a situazioni di semplice appoggio o cadute orizzontali, e la classe B, progettata per sopportare anche sollecitazioni dinamiche moderate, come quelle generate da scivolamenti su superfici inclinate. Ogni prodotto deve riportare la designazione completa, ad esempio “UNI 11996:2025 B”, per indicare chiaramente la classe di appartenenza.
Dal punto di vista costruttivo, un parapetto permanente deve essere composto da un corrente principale, un elemento intermedio e un fermapiede, tutti progettati per evitare rimozioni accidentali e ridurre il rischio di lesioni. I materiali impiegati devono garantire resistenza alla corrosione, con una durabilità minima compresa tra i 15 e i 25 anni per le verniciature, e devono impedire il ristagno dell’acqua per preservare l’impermeabilità delle coperture. Le indicazioni tecniche rimandano alle norme UNI EN 12811-2 e EN 13374, che regolano le caratteristiche di acciaio, alluminio e acciaio inox.
La verifica delle prestazioni è un altro capitolo fondamentale. La norma prevede controlli che includono esami visivi, misurazioni, calcoli o prove sperimentali, con carichi applicati al corrente principale e limiti precisi di deformazione. Le prove devono essere condotte su almeno quattro campioni rappresentativi, distinguendo tra sistemi continui e moduli, e seguendo i criteri di sicurezza previsti per gli stati limite di esercizio e ultimo.
La manutenzione gioca un ruolo decisivo nella vita utile del parapetto. La UNI 11996 stabilisce quattro livelli di ispezione: quella preliminare, eseguita prima del montaggio; quella d’uso, da effettuare ogni volta che il parapetto viene impiegato; quella periodica, obbligatoria almeno ogni 48 mesi; e quella straordinaria, necessaria dopo qualsiasi evento che possa aver compromesso la sicurezza, come la caduta di persone o materiali. Durante i controlli si devono verificare usura, corrosione, integrità delle saldature e serraggio degli elementi di fissaggio. Tutte le attività devono essere registrate in un apposito documento, mentre interventi di manutenzione e riparazione devono essere affidati al fabbricante o a un tecnico qualificato.
La documentazione accompagna ogni fase del ciclo di vita del parapetto. Il manuale di istruzioni deve riportare informazioni essenziali come la designazione del prodotto, i carichi trasmessi alla struttura, le limitazioni d’uso in presenza di vento, neve o ghiaccio, i criteri per scartare componenti danneggiati e le procedure di salvataggio previste dall’Appendice C. Ogni componente principale deve essere marcato in modo chiaro e permanente con il riferimento alla norma, il nome del fabbricante e il lotto di produzione. A completare il quadro, un cartello informativo deve indicare la classe del parapetto, le date di installazione e delle ispezioni, oltre al richiamo obbligatorio alla lettura del manuale. La valutazione di conformità può essere effettuata dal fabbricante, dall’utilizzatore o da un organismo indipendente.
Con la UNI 11996:2025, il settore della sicurezza in quota si dota di uno strumento aggiornato e rigoroso, pensato per garantire standard elevati e uniformi in un ambito dove la prevenzione resta l’unica vera arma contro gli incidenti.
L’appuntamento con il ritorno dell’ora legale è per la notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo. Come al solito, alle 2 di notte le lancette andranno spostate di un’ora in avanti e si passerà direttamente alle 3. Si “perderà un’ora di riposo”, ma dall’indomani sembrerà di poter disporre di giornate più lunghe, perché l’alba e il tramonto avverranno un’ora più tardi.
Il primo giorno con l’ora legale il tramonto sarà alle 19.35. Un bel salto in avanti se si pensa che sabato 29 marzo, l’ultimo giorno con l’ora solare, il sole calerà alle 18.34. A fine aprile il tramonto avverrà alle 20,00, mentre a fine maggio alle 20,35 e a fine giugno addirittura le 20,48. Insomma, i pomeriggi saranno sempre più lunghi e la notte tarderà sempre più ad arrivare.
Sono numerosi i Paesi in cui si spostano le lancette dell’orologio in avanti di un’ora durante i mesi più caldi per estendere la luce del giorno nelle ore serali. Questo cambiamento avviene sempre alla fine di marzo o all’inizio di aprile. Il ritorno all’ora solare, spostando le lancette indietro di un’ora, è invece previsto alla fine di ottobre o all’inizio di novembre, anche se le date esatte possono variare da Paese a Paese.
Uno dei promotori più noti dell’introduzione dello scambio tra ora legale e ora solare fu Benjamin Franklin, che nel 1784 propose qualcosa di simile in un saggio satirico, suggerendo che le persone avrebbero potuto risparmiare candele svegliandosi più presto al mattino. L’idea non fu presa sul serio fino alla Prima Guerra Mondiale, quando la Germania e i suoi alleati introdussero l’ora legale nel 1916 per risparmiare carburante riducendo la necessità di illuminazione artificiale. Altri Paesi, compresi gli Stati Uniti e vari Stati europei, adottarono poi questa pratica per ragioni simili. L’obiettivo principale dell’ora legale è quello di sfruttare meglio la luce del giorno durante i mesi estivi, riducendo così il consumo di energia elettrica per l’illuminazione.
Secondo i dati, con il ritorno dell’ora legale, nei prossimi sette mesi in Italia saranno registrati impatti positivi per il sistema energetico dal punto di vista elettrico, ambientale ed economico. Dal 2004 al 2023, secondo l’analisi di Terna, il minor consumo di energia elettrica per l’Italia dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 11,3 miliardi di kWh e ha comportato, in termini economici, un risparmio per i cittadini di circa 2,1 miliardi di euro. I benefici dell’ora legale riguardano anche l’ambiente: il minor consumo elettrico ha infatti consentito di evitare emissioni di CO2 in atmosfera per circa 180 mila tonnellate.
Tuttavia, l’efficacia dell’ora legale nel risparmiare energia è stata oggetto di un ampio dibattito, che non si è ancora concluso. Alcune ricerche suggeriscono che i risparmi energetici sono minimi. Inoltre, l’ora legale è stata criticata per i potenziali effetti negativi sulla salute, come l’alterazione dei ritmi circadiani delle persone.
A causa di queste osservazioni, alcuni Paesi hanno cessato di osservare l’ora legale, mentre altri continuano a farlo. L’Unione Europea, ad esempio, ha votato nel 2019 per abolire l’obbligo di cambiare l’ora legale a partire dal 2021, lasciando ai singoli stati membri la libertà di decidere se mantenere in modo permanente l’ora legale o l’ora solare. La decisione finale riguardo l’attuazione, dunque, può variare a seconda delle legislazioni nazionali.
Le pompe di calore geotermiche offrono un’opzione altamente sostenibile e efficiente per la climatizzazione degli edifici, ma la loro diffusione nel settore residenziale resta ancora limitata. Il principale freno è rappresentato dagli elevati costi iniziali, legati alla necessità di effettuare perforazioni nel terreno e di sviluppare studi di fattibilità e progettazioni personalizzate. Rispetto alle pompe di calore aerotermiche, l’installazione risulta più complessa e onerosa, scoraggiando molti potenziali utenti.
A questo si aggiunge la burocrazia, con permessi e autorizzazioni che possono rallentare i tempi di realizzazione, e una scarsa conoscenza della tecnologia da parte del pubblico, spesso orientato verso soluzioni più semplici e immediate. Anche gli incentivi economici — tra cui Conto Termico, Ecobonus e Superbonus — hanno mostrato nel tempo un sostegno meno incisivo rispetto ad altre fonti rinnovabili.
Piccola geotermia: semplificazioni con il Decreto Sonde Geotermiche
Un importante passo avanti è arrivato con il Decreto MiTE del 30 settembre 2022, che introduce semplificazioni amministrative per la geotermia urbana e residenziale. Il decreto stabilisce prescrizioni tecniche per la posa degli impianti e definisce le procedure abilitative semplificate (PAS), riducendo i vincoli burocratici.
– Gli impianti a circuito chiuso con sonde fino a 2 metri di profondità (orizzontali) o 80 metri (verticali), con potenza termica inferiore ai 50 kW, rientrano nelle attività di edilizia libera, senza necessità di autorizzazioni complesse.
– Per impianti più grandi (fino a 100 kW), con sonde che raggiungono i 3 metri di profondità (orizzontali) o 170 metri (verticali), è prevista la procedura abilitativa semplificata (PAS), con l’obbligo di comunicare i dati ai registri telematici regionali.
Inoltre, il decreto stabilisce criteri rigorosi per la progettazione, il fluido termovettore e le modalità di perforazione, garantendo maggiore sicurezza e sostenibilità ambientale.
Innovazione e nuove tecnologie nel settore geotermico
Per superare le criticità, il settore sta evolvendo rapidamente grazie a nuove tecnologie che lo rendono più accessibile e competitivo:
– Sistemi ibridi, che combinano geotermia, aerotermia e solare termico, migliorando l’efficienza energetica.
– Sonde geotermiche compatte, facili da installare, ideali per aree urbane con spazi limitati.
– Monitoraggio intelligente con IoT, per una gestione ottimizzata degli impianti e un minore consumo energetico.
– Reti di teleriscaldamento geotermico a bassa entalpia, perfette per condomini e comunità.
Se supportata da politiche incentivanti stabili e una maggiore consapevolezza ambientale, la geotermia potrebbe finalmente affermarsi come una delle fonti rinnovabili più strategiche per la climatizzazione del futuro.
In un mercato immobiliare sempre più attento alla sicurezza e alla tracciabilità degli impianti, la dichiarazione di rispondenza – meglio nota come DiRi – è diventata un documento chiave. Si tratta di una certificazione tecnica che interviene quando manca la dichiarazione di conformità (DiCo), obbligatoria per gli impianti installati dopo il 2008 ma non sempre disponibile per quelli più datati. La DiRi colma proprio questo vuoto: viene rilasciata da un tecnico qualificato dopo verifiche, sopralluoghi e collaudi, e certifica che l’impianto rispetta le norme vigenti al momento della sua installazione. È applicabile solo agli impianti realizzati tra il 13 marzo 1990 e il 27 marzo 2008, un periodo in cui la documentazione non era sempre prodotta o conservata con rigore.
Negli immobili più vecchi non è raro imbattersi in impianti privi di certificazioni: documenti smarriti, lavori eseguiti senza rilascio della DiCo o semplicemente interventi mai formalizzati. Proprio per rispondere a questa realtà, il D.M. 37/2008 ha introdotto la dichiarazione di rispondenza, che non autorizza interventi correttivi ma fotografa lo stato dell’impianto rispetto alle norme dell’epoca. Per gli impianti anteriori al 1990, invece, la DiRi non è prevista: in questi casi si ricorre a dichiarazioni sostitutive o relazioni tecniche, utili per finalità private ma prive del valore certificativo della DiRi. Non va confusa, inoltre, con la cosiddetta “attestazione di rispondenza”, un termine informale che non identifica alcun documento distinto.
La dichiarazione può essere richiesta in molte situazioni pratiche: dall’attivazione o variazione delle utenze alla vendita dell’immobile, passando per richieste di mutuo, aggiornamenti della segnalazione certificata di agibilità, apertura di attività commerciali o interventi di ristrutturazione. È spesso indispensabile anche nelle locazioni e nelle successioni, per evitare contestazioni future. La DiRi può riguardare impianti elettrici, idrici, del gas o canne fumarie, e deve essere redatta da professionisti abilitati: ingegneri, architetti, geometri o periti con almeno cinque anni di esperienza nel settore, oppure responsabili tecnici di imprese abilitate da almeno cinque anni. Chi firma la dichiarazione si assume responsabilità civili e penali, motivo per cui la procedura richiede verifiche accurate e documentazione dettagliata.
La mancanza di una certificazione adeguata può esporre il proprietario a rischi significativi. Il D.M. 37/2008 prevede sanzioni amministrative che possono superare i mille euro, oltre alla possibile sospensione di attività commerciali e alla responsabilità per danni causati da incidenti come cortocircuiti, incendi o fughe di gas. Senza DiRi può diventare complicato ottenere polizze assicurative, mutui o finanziamenti, e vendere un immobile privo di documentazione impiantistica può aprire la strada a contestazioni da parte dell’acquirente. Anche i costi della certificazione variano sensibilmente: si va da qualche centinaio di euro per appartamenti di piccole dimensioni a cifre superiori ai mille euro per immobili più grandi o impianti complessi, con differenze legate alla tipologia dell’impianto e ai tariffari locali.
In un panorama edilizio che richiede sempre più trasparenza e sicurezza, la dichiarazione di rispondenza rappresenta dunque uno strumento essenziale per regolarizzare gli impianti datati e garantire la tranquillità di proprietari, acquirenti e inquilini. Una tutela che, pur non sostituendo gli standard moderni, permette di colmare un vuoto documentale e di riportare ordine in un settore dove la sicurezza non può essere lasciata al caso.
Nel 2026 il canone Rai resta fissato a 90 euro, un importo che molti anziani con redditi modesti faticano a sostenere. Per questo il legislatore ha confermato anche per quest’anno l’esenzione destinata agli over 75, una misura che permette a migliaia di famiglie di alleggerire la bolletta elettrica. Ma il beneficio non è automatico: servono requisiti precisi e una domanda presentata nei tempi corretti.
L’esonero spetta agli anziani che hanno compiuto 75 anni e che non superano un reddito complessivo di 8.000 euro annui, considerando anche quello del coniuge. La norma è chiara: basta superare questa soglia, anche di poco, per perdere il diritto all’agevolazione. A pesare è anche la composizione del nucleo familiare. L’esenzione è concessa solo se l’anziano vive da solo o con il coniuge, mentre decade se in casa convivono altre persone con un reddito proprio. Restano esclusi anche coloro che si avvalgono di collaboratori domestici, colf o badanti.
Fondamentale è la tempistica. Per ottenere l’esonero per l’intero 2026 occorre aver compiuto 75 anni entro il 31 gennaio. Chi raggiunge la soglia anagrafica entro il 31 luglio potrà comunque beneficiare dell’agevolazione, ma solo per il secondo semestre dell’anno. Chi invece festeggerà il traguardo dopo l’estate dovrà attendere il 2027, presentando la domanda entro il 31 gennaio del prossimo anno.
La richiesta va inoltrata all’Agenzia delle Entrate, che gestisce le esenzioni e i rimborsi. Le modalità sono tre: invio tramite raccomandata alla Direzione Provinciale I di Torino, trasmissione via posta elettronica certificata con firma digitale oppure consegna diretta presso un qualsiasi ufficio territoriale dell’Agenzia. Una volta ricevuta la domanda, l’interruzione dell’addebito in bolletta non è immediata: per le richieste arrivate entro il 15 del mese, la sospensione scatta dalla rata successiva; per quelle inviate dopo, occorre attendere due mesi.
Un dettaglio importante evita inutili duplicazioni: chi ha già ottenuto l’esonero l’anno precedente non deve ripresentare la domanda, a meno che non siano cambiati i requisiti. Una semplificazione che tutela gli anziani e rende più fluida la gestione amministrativa.
In un Paese che invecchia rapidamente, l’esenzione dal canone Rai rappresenta una piccola ma significativa misura di sostegno. Un aiuto che, per essere davvero efficace, richiede però attenzione alle scadenze e consapevolezza delle regole. Se vuoi, posso aiutarti a trasformare questo testo in una versione più breve, più tecnica o più orientata alla comunicazione istituzionale.