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Convenzioni urbanistiche, il Tar Piemonte stoppa il Comune

La vicenda arriva dal Piemonte ma parla a tutti i Comuni italiani: quando si stipula una convenzione urbanistica, nessuno dei proprietari può essere lasciato fuori dalla porta. Il Tar Piemonte lo ribadisce con una sentenza che annulla una delibera comunale adottata senza aver coinvolto uno dei soggetti interessati, riaffermando un principio cardine del procedimento amministrativo: la partecipazione non è un optional, ma un obbligo giuridico tutelato dall’articolo 7 della legge 241/1990.

Il caso
La controversia nasce attorno a un intervento urbanistico che richiedeva la sottoscrizione di una convenzione tra il Comune e i proprietari dell’area interessata. La giunta municipale aveva approvato l’accordo ritenendo sufficiente il consenso di alcuni dei titolari, escludendo però uno dei comproprietari, che si è visto recapitare l’atto già confezionato senza essere stato informato né coinvolto. Da qui il ricorso al Tar, fondato sulla violazione del diritto alla partecipazione procedimentale e sulla natura stessa della convenzione urbanistica, che presuppone un consenso pieno e condiviso.

L’esame giuridico
I giudici della Seconda Sezione non hanno avuto dubbi: la convenzione urbanistica è un accordo trilaterale che richiede l’adesione di tutti i proprietari coinvolti. Non può essere approvata unilateralmente dall’amministrazione né può essere sottoscritta solo da una parte dei soggetti privati, perché incide su diritti reali e obblighi che ricadono su tutti. La mancata comunicazione di avvio del procedimento al proprietario escluso costituisce una violazione diretta dell’articolo 7 della legge 241/1990, che impone all’amministrazione di garantire la partecipazione di chiunque possa essere inciso dall’atto finale.
Il Tar ha inoltre ricordato che la funzione della comunicazione non è meramente formale: serve a consentire al privato di far valere osservazioni, proposte, opposizioni e, nel caso delle convenzioni, di esprimere o negare il proprio consenso. Senza questo passaggio, l’intero procedimento risulta viziato e l’atto finale non può reggere.

Osservazioni e ricadute
La sentenza si inserisce in un filone giurisprudenziale consolidato, ma assume particolare rilievo in un contesto in cui molti Comuni, pressati da esigenze di sviluppo urbanistico, tendono a considerare la partecipazione dei privati come un adempimento secondario. Il Tar ricorda invece che la convenzione urbanistica è uno strumento negoziale, non un atto autoritativo: richiede equilibrio, trasparenza e soprattutto la presenza di tutte le parti interessate.
La decisione avrà inevitabili ricadute operative. Le amministrazioni dovranno prestare maggiore attenzione alla fase preliminare dei procedimenti, verificando con precisione la titolarità delle aree e assicurando che ogni proprietario sia messo nelle condizioni di partecipare. Per i privati, la sentenza rappresenta una tutela importante: nessun obbligo può essere imposto senza un coinvolgimento pieno e tempestivo.

Italia a quattro zampe: il boom degli animali domestici cambia il volto delle città e delle case

Nel 2024, quasi il 40% delle famiglie italiane convive con almeno un animale domestico. Un dato che non è solo statistica, ma un segnale forte per chi amministra condomìni, gestisce immobili o progetta spazi urbani. La convivenza con cani, gatti e altri animali da compagnia non è più un’eccezione: è la nuova normalità. E con essa cambiano le esigenze abitative, le dinamiche condominiali e le priorità nella gestione degli spazi comuni.

Un Paese che abbaia (e miagola): i numeri della convivenza
Secondo l’ultima indagine multiscopo dell’Istat “I cittadini e il tempo libero”, nel 2024 oltre 10 milioni di famiglie italiane – pari al 37,7% del totale – ospitano almeno un animale domestico. In termini assoluti, si parla di circa 25,5 milioni di animali presenti nelle case italiane.
I protagonisti indiscussi sono cani e gatti: il 22,1% delle famiglie possiede almeno un cane, mentre il 17,4% ha uno o più gatti. Il numero medio per famiglia è di 1,3 cani e 1,8 gatti, a conferma di un legame affettivo che spesso si moltiplica. Più marginale, ma comunque significativa, la presenza di pesci (3,2%) e di altre specie come uccelli (1,5%) e tartarughe (1,3%).
Il trend è in crescita: rispetto al 2015, la quota di famiglie con animali domestici è aumentata di 1,5 punti percentuali. A trainare questa crescita sono soprattutto i cani, la cui presenza è salita dal 20,7% del 2006 al 22,1% attuale. I gatti seguono con un incremento più contenuto, mentre si registra una lieve flessione per le altre specie. Ma il dato più interessante, per chi si occupa di gestione immobiliare, è la distribuzione territoriale: nei piccoli centri, quasi una famiglia su due ha un animale domestico (47,7%), contro il 29,4% delle famiglie residenti nei grandi centri urbani.
La differenza è netta anche per specie: nei comuni sotto i 2.000 abitanti, il 29,4% delle famiglie ha almeno un cane e il 27,7% almeno un gatto, mentre nei centri metropolitani le percentuali scendono rispettivamente al 15,1% e al 12,5%. La maggiore disponibilità di spazi verdi, la dimensione media più ampia delle abitazioni e una diversa qualità della vita sembrano favorire la presenza di animali nei contesti meno urbanizzati.

Famiglie, reddito e cultura: chi sceglie di vivere con un animale
La presenza di animali domestici non è distribuita in modo uniforme solo sul piano geografico, ma anche rispetto alle caratteristiche socio-demografiche delle famiglie. Il 45,5% delle famiglie con un titolo di studio medio-alto (almeno diploma) possiede un animale domestico, contro il 30,2% di quelle con al massimo la licenza media.
Anche il reddito gioca un ruolo: tra le famiglie che dichiarano ottime risorse economiche, la quota sale al 41,6%. Ma il dato più dinamico riguarda la composizione familiare. Le coppie senza figli con membri sotto i 65 anni rappresentano una delle categorie in maggiore crescita: nel 2024, il 47,9% di queste famiglie ha un animale domestico, con un incremento di quasi 10 punti percentuali rispetto al 2006. Ancora più alta è la quota tra le coppie con figli adolescenti (51,2%) e tra i monogenitori con figli di almeno 14 anni (48,8%). Al contrario, la presenza di animali è meno frequente tra le persone sole, soprattutto se anziane: solo il 22,7% degli over 65 vive con un animale domestico.
Questi dati raccontano una trasformazione profonda del ruolo dell’animale da compagnia, che da semplice presenza affettiva diventa parte integrante del nucleo familiare.
Per i proprietari immobiliari e gli amministratori di condomini, ciò significa confrontarsi con nuove esigenze: spazi comuni più inclusivi, regolamenti condominiali aggiornati, maggiore attenzione alla gestione dei conflitti legati alla presenza di animali. La crescente diffusione di cani e gatti, in particolare, impone una riflessione su temi come l’accesso agli ascensori, l’uso delle aree verdi condominiali, la gestione dei rumori e della pulizia degli spazi condivisi.

Chi si prende cura degli animali (e perché conta anche per chi gestisce immobili)
Nel 2024, il 38,1% delle persone di 11 anni e più dichiara di prendersi cura di animali domestici. Di queste, il 23,8% lo fa con regolarità settimanale o quotidiana.
La cura degli animali è un’attività trasversale, ma con alcune tendenze marcate: cresce con l’età fino ai 64 anni, per poi calare oltre i 65, e coinvolge più le donne che gli uomini. Il 26,6% delle donne si occupa degli animali con frequenza almeno settimanale, contro il 20,8% degli uomini. Il divario si amplia tra i 45 e i 64 anni, dove raggiunge i 10 punti percentuali, e si annulla solo nella fascia over 65. Anche tra le persone occupate, le donne mostrano una maggiore propensione: il 33,8% di loro si prende cura degli animali almeno una volta a settimana, contro il 22,3% degli uomini.

Questi numeri non sono solo curiosità sociologiche: per chi gestisce patrimoni immobiliari, amministrazioni condominiali o progetta spazi residenziali, rappresentano una bussola preziosa. La presenza di animali domestici implica esigenze specifiche: aree per la sgambatura, spazi comuni accessibili, soluzioni per la raccolta dei bisogni, ma anche una maggiore attenzione alla mediazione dei conflitti tra vicini. In un contesto in cui quasi quattro famiglie su dieci vivono con un animale, ignorare questa realtà significa non comprendere appieno le dinamiche dell’abitare contemporaneo.

In definitiva, l’Italia del 2024 è un Paese che abbaia, miagola, nuota e vola tra le mura domestiche. E chi amministra, progetta o investe nel settore immobiliare non può più permettersi di considerare gli animali domestici come un’eccezione. Sono, a tutti gli effetti, coinquilini a quattro zampe. E meritano, come i loro umani, spazi pensati per vivere bene.

Provvigioni immobiliari, quanto si paga davvero?

Quando si decide di vendere o acquistare una casa, una delle prime domande che emergono riguarda la provvigione dell’agenzia immobiliare. Una cifra che può incidere in modo significativo sul bilancio dell’operazione e che, a differenza di quanto molti credono, non è regolata da alcuna legge. In Italia, infatti, non esiste un tariffario obbligatorio: tutto si gioca tra accordi privati, dinamiche di mercato e consuetudini locali.

Eppure, negli anni, il settore ha sviluppato delle medie di riferimento che permettono di orientarsi. La forbice più comune oscilla tra il 2% e il 5% del valore dell’immobile, a cui va aggiunta l’IVA. Una percentuale che può sembrare ampia, ma che riflette la grande diversità del mercato immobiliare italiano, dove un bilocale in provincia e un attico nel centro di Milano non richiedono lo stesso impegno, né generano lo stesso valore.

Nelle grandi città – Milano, Roma, Firenze – la provvigione tende a collocarsi nella fascia alta, intorno al 3-4%. Qui la domanda è più vivace, la concorrenza tra acquirenti più serrata e il lavoro dell’agente spesso più complesso: valutazioni accurate, strategie di marketing mirate, gestione di numerose visite e trattative articolate. Nei piccoli centri, invece, le logiche cambiano. Il mercato è più lento, i valori immobiliari più contenuti e molte agenzie preferiscono adottare provvigioni fisse, indipendenti dal prezzo dell’immobile, per mantenere un equilibrio tra costi e ricavi.

Il discorso si ribalta quando si parla di immobili di lusso o di grande valore. In questi casi, la percentuale può scendere sotto la media nazionale. Non perché il lavoro dell’agente sia meno impegnativo, ma perché la cifra assoluta generata da una percentuale anche minima risulta comunque molto elevata. È una dinamica che rispecchia la logica dei grandi investimenti: meno percentuale, più valore.

A incidere sulla provvigione non è solo la tipologia dell’immobile, ma anche la complessità dell’operazione. Un appartamento con documentazione regolare, pronto per essere venduto, richiede un impegno diverso rispetto a un immobile con difformità urbanistiche, successioni aperte o situazioni condominiali intricate. In questi casi, l’attività dell’agente si trasforma in una vera e propria consulenza tecnica e legale, e il compenso può rispecchiare questa complessità.

Il risultato è un panorama estremamente variegato, dove la provvigione non è mai un numero casuale, ma il frutto di un equilibrio tra mercato, professionalità e valore dell’operazione. Per chi compra o vende, la regola d’oro resta una: chiedere sempre chiarezza fin dall’inizio. Capire come viene calcolata la provvigione, quali servizi comprende e quali garanzie offre l’agenzia è il primo passo per affrontare la trattativa con consapevolezza.

Perché, in un mercato immobiliare sempre più competitivo, la trasparenza è la vera moneta di scambio.

La casa intelligente entra nel quotidiano

La domotica è diventata una delle frontiere più interessanti dell’abitare moderno. Non si tratta più soltanto di aggiungere dispositivi smart all’interno della casa, ma di ripensare gli ambienti affinché tecnologia, estetica e funzionalità convivano in modo armonioso. Una smart home ben progettata migliora il comfort, aumenta la sicurezza, ottimizza i consumi e si adatta alle esigenze quotidiane di chi la vive, contribuendo anche a valorizzare l’immobile nel tempo.

Contrariamente all’idea diffusa che la casa domotica sia un concentrato di schermi e dispositivi in bella vista, oggi la tecnologia tende a scomparire, integrandosi con discrezione negli arredi. Interruttori touch dal design minimale, sensori invisibili, luci incassate nei controsoffitti o integrate nei mobili: la domotica lavora in silenzio, senza imporsi visivamente, ma migliorando l’esperienza abitativa. L’obiettivo non è mostrare la tecnologia, bensì farla dialogare con lo stile della casa, che sia moderno, minimalista o contemporaneo.

Questa integrazione estetica si accompagna a una forte personalizzazione degli ambienti. Le luci possono adattarsi ai diversi momenti della giornata, le tende motorizzate seguono la luce naturale, la climatizzazione si regola stanza per stanza. Ogni spazio diventa più accogliente, ordinato e funzionale, contribuendo a un benessere diffuso che si percepisce nella quotidianità.

La domotica, inoltre, è modulare e scalabile. Chi desidera avvicinarsi al mondo della smart home può partire da soluzioni semplici e accessibili, come lampadine intelligenti, prese smart, termostati programmabili da remoto o assistenti vocali. Sono interventi non invasivi, che migliorano subito la gestione della casa e permettono di controllare molte funzioni anche a distanza.

Durante una ristrutturazione, invece, è possibile integrare sistemi più evoluti. L’illuminazione può essere completamente automatizzata, con scenari luminosi personalizzati e luci regolabili in intensità e colore. La climatizzazione può essere suddivisa in zone, ottimizzando consumi e comfort. I sistemi di sicurezza diventano più completi, con sensori per porte e finestre, videocamere IP, rilevatori di fumo, gas e allagamento collegati a un’unica centralina. Anche cucina e living si trasformano grazie a elettrodomestici connessi, piani di lavoro con comandi integrati, tapparelle e tende automatiche, sistemi audio multi-room. A completare il quadro, la gestione energetica consente di monitorare i consumi, integrare pannelli fotovoltaici e massimizzare l’autoconsumo, con un risparmio che può incidere sensibilmente sulle bollette.

L’efficienza energetica è infatti uno dei vantaggi più concreti della domotica. Il controllo intelligente del riscaldamento, la climatizzazione regolata in base alla presenza delle persone, l’illuminazione che si adatta alla luce naturale o si spegne automaticamente nelle stanze vuote contribuiscono a ridurre gli sprechi. Nei sistemi più avanzati, la casa diventa un ecosistema capace di ottimizzare ogni risorsa, con benefici sia economici sia ambientali.

Un ruolo centrale è ricoperto anche dalla sicurezza. Le abitazioni smart possono essere monitorate in tempo reale, grazie a videocamere controllabili da remoto, sensori di movimento, allarmi integrati e rilevatori di fumo o gas. In caso di anomalie, il sistema invia notifiche immediate, permettendo un intervento tempestivo. La casa diventa così non solo più comoda, ma anche più protetta.

La cucina, infine, è uno degli ambienti in cui la domotica mostra il suo volto più pratico. Elettrodomestici connessi, piani di lavoro intelligenti, cappe che si attivano automaticamente e illuminazione integrata rendono le attività quotidiane più semplici e intuitive. Anche qui la tecnologia tende a scomparire, lasciando spazio a superfici pulite e ordinate.

In conclusione, rendere la propria casa più smart non è più un lusso, ma una scelta consapevole per migliorare la qualità della vita. La domotica permette di vivere in ambienti più efficienti, sicuri e confortevoli, capaci di adattarsi alle esigenze di oggi e di evolvere con quelle di domani. Una casa intelligente non è soltanto più tecnologica: è una casa che lavora per noi, ogni giorno.

Carico e scarico nel cortile condominiale: cosa è consentito davvero

accordo

La vita in condominio è fatta di equilibri delicati, soprattutto quando si parla di spazi comuni. Tra i temi più discussi c’è quello del carico e scarico nel cortile condominiale: un’esigenza quotidiana, che va dalla consegna della spesa al trasloco, ma che può facilmente trasformarsi in motivo di attrito tra vicini. La regola generale è semplice: la sosta è consentita, purché sia temporanea e non intralci il passaggio o l’uso del cortile da parte degli altri residenti. È un diritto riconosciuto a tutti i condomini, ma non deve mai diventare un parcheggio mascherato.

Per capire quando la sosta è legittima, occorre partire dall’articolo 1102 del Codice Civile, che permette a ciascun condomino di utilizzare le parti comuni senza alterarne la destinazione e senza impedire agli altri di farne lo stesso. Il cortile, dunque, può essere utilizzato per il tempo strettamente necessario a trasferire merci da un veicolo all’abitazione o a un negozio interno allo stabile. La Cassazione, con la sentenza 3640/2004, ha chiarito che una sosta prolungata costituisce abuso, perché ostacola la transitabilità e impedisce l’uso paritario dello spazio. Anche in presenza di una servitù di passaggio, l’articolo 1064 del Codice Civile consente solo soste brevi e funzionali allo scarico, mai permanenti.

Accanto alla normativa generale, entrano in gioco i regolamenti condominiali, che possono introdurre limiti specifici: fasce orarie, aree dedicate, divieti di accesso per mezzi ingombranti. Qualsiasi modifica a queste regole richiede una delibera assembleare approvata con la maggioranza prevista dall’articolo 1136 del Codice Civile, mentre per cambiare un regolamento contrattuale serve l’unanimità. La Cassazione, con la sentenza 7385/2023, ha confermato che l’assemblea può vietare il parcheggio nel cortile senza alterarne la destinazione d’uso, ma non può impedire del tutto le operazioni di carico e scarico, che restano un diritto essenziale dei condomini.

Sul piano pratico, non esiste un obbligo formale di avvisare l’amministratore o i vicini quando si effettua una sosta breve. Tuttavia, in caso di operazioni più lunghe – come un trasloco o la consegna di mobili – informare gli altri può evitare disagi e facilitare l’organizzazione degli spazi. L’amministratore può indicare orari più adatti o suggerire percorsi alternativi, mentre i condomini possono prepararsi a eventuali limitazioni temporanee.

L’uso improprio del cortile, invece, può avere conseguenze serie. Se un condomino ignora i divieti del regolamento o occupa lo spazio per un tempo eccessivo, può essere sanzionato ai sensi dell’articolo 70 delle Disposizioni di Attuazione del Codice Civile, con multe che possono arrivare fino a 800 euro in caso di recidiva. Se la sosta provoca danni allo stabile o alle proprietà altrui, il responsabile può essere chiamato a risarcire i danni e a interrompere immediatamente l’uso scorretto dell’area comune.

In definitiva, il carico e scarico nel cortile condominiale è un diritto, ma va esercitato con misura. Breve durata, rispetto degli altri e attenzione alle regole interne sono gli ingredienti necessari per evitare conflitti e garantire una convivenza serena. Un piccolo gesto di cortesia – come avvisare in caso di operazioni più lunghe – può fare la differenza e trasformare un potenziale problema in una semplice routine quotidiana.

Tagliare un albero in condominio non è mai semplice: cosa serve davvero per essere in regola

La gestione del verde condominiale è spesso sottovalutata, ma basta un albero malato o pericolante per trasformare un normale cortile in un terreno di scontro tra condomini, amministratore e Comune. L’abbattimento di un albero condominiale, infatti, non è un semplice intervento di manutenzione: secondo la giurisprudenza prevalente, rappresenta un’innovazione vietata ai sensi dell’articolo 1121 del Codice Civile, perché modifica in modo irreversibile un bene comune. Per questo, in assenza di motivi di sicurezza o urgenza, la decisione richiede l’unanimità dei condomini. Una soglia altissima, che riflette il valore paesaggistico, estetico e ambientale delle aree verdi condivise.

Prima ancora di arrivare all’assemblea, però, è necessario confrontarsi con un quadro normativo frammentato. Non esiste una legge nazionale unica che disciplini l’abbattimento degli alberi: ogni Comune può prevedere regole proprie, spesso molto dettagliate. In molti casi serve un permesso specifico, accompagnato da una perizia di un agronomo o di un arboricoltore che certifichi l’instabilità della pianta, la presenza di malattie o il rischio di danni strutturali. Altri Comuni stabiliscono soglie dimensionali oltre le quali l’autorizzazione diventa obbligatoria, ad esempio quando il tronco supera una certa circonferenza. A ciò si aggiungono i vincoli paesaggistici previsti dal D.Lgs. 42/2004, che impongono un’ulteriore autorizzazione da parte del Comune o della Soprintendenza. E per gli alberi monumentali o di pregio, la Legge 10/2013 introduce una tutela rafforzata che coinvolge anche enti locali specializzati.

Una volta chiarito il quadro amministrativo, entra in gioco il condominio. Se l’albero si trova in un’area comune, la decisione deve passare dall’assemblea. In condizioni ordinarie, il taglio è considerato un intervento troppo invasivo per essere approvato a maggioranza: serve l’unanimità, perché si incide su un bene collettivo che contribuisce al decoro e all’identità dello stabile. La situazione cambia quando esiste un pericolo concreto. Se una perizia certifica che l’albero è instabile o rappresenta un rischio per persone e cose, è sufficiente la maggioranza qualificata prevista dall’articolo 1136 del Codice Civile. Nei casi di urgenza estrema, l’amministratore può intervenire autonomamente, salvo poi sottoporre la decisione alla ratifica dell’assemblea, come previsto dall’articolo 1135. Il regolamento condominiale, soprattutto se contrattuale, può introdurre regole ancora più stringenti o procedure specifiche.

Diverso è il caso degli alberi situati in giardini di proprietà esclusiva. Qui il proprietario ha maggiore libertà d’azione, purché rispetti le autorizzazioni comunali e gli eventuali vincoli paesaggistici. Tuttavia, se la pianta invade le parti comuni, altera il decoro dell’edificio o crea rischi per la sicurezza, il condominio può intervenire, richiamandosi anche all’articolo 896 del Codice Civile, che consente di imporre la potatura di rami e radici che superano i confini. Inoltre, il regolamento contrattuale può limitare l’autonomia del singolo proprietario, imponendo vincoli su altezze, specie arboree o modalità di intervento.

Il tema dei costi è altrettanto delicato. Per gli alberi situati in aree comuni, le spese si ripartiscono tra tutti i condomini in base ai millesimi, come stabilito dall’articolo 1123 del Codice Civile. Se invece l’albero si trova in un giardino privato, il costo ricade interamente sul proprietario, che risponde anche dei danni causati da eventuali cedimenti o cadute. In caso di immobile locato, l’inquilino sostiene solo la manutenzione ordinaria, mentre l’abbattimento resta a carico del locatore.

Non mancano i casi in cui una delibera di abbattimento viene contestata. Se l’intervento non è motivato da ragioni di sicurezza o necessità, ma solo da esigenze estetiche, i condomini contrari possono impugnare la decisione ai sensi dell’articolo 1137 del Codice Civile. La delibera può essere annullata se approvata senza le maggioranze richieste o se viola norme ambientali e regolamenti locali. Quando invece l’albero è pericoloso, opporsi diventa più difficile: occorre dimostrare che il rischio è stato sovrastimato o che la decisione contrasta con perizie tecniche o vincoli paesaggistici.

Agire senza permessi o in violazione delle norme può avere conseguenze pesanti. Le sanzioni amministrative variano da poche centinaia a diverse migliaia di euro, mentre in aree vincolate l’articolo 181 del D.Lgs. 42/2004 prevede ammende fino a 52.000 euro e, nei casi più gravi, perfino l’arresto. Comune e Soprintendenza possono inoltre imporre il ripristino dei luoghi, ordinando la ripiantumazione di alberi equivalenti. Sul piano condominiale, un intervento irregolare può portare a richieste di risarcimento, all’annullamento della delibera o a responsabilità dell’amministratore per omessa vigilanza.

In un contesto così articolato, la parola d’ordine è prudenza. Prima di procedere al taglio di un albero, che sia in area comune o privata, è fondamentale consultare l’amministratore, verificare i regolamenti locali e, quando necessario, affidarsi a una perizia tecnica. Un gesto apparentemente semplice può infatti trasformarsi in un intervento complesso, con risvolti giuridici, economici e ambientali tutt’altro che trascurabili.

Gli italiani sognano una casa grande, luminosa e nel “posto del cuore”

Nonostante prezzi percepiti come sempre più proibitivi e un mercato che offre poche soluzioni davvero in linea con le aspettative, gli italiani continuano a credere nella possibilità di trovare la casa giusta. È il ritratto che emerge dalla sesta edizione de “La casa che immagino”, l’indagine annuale di Casa.it che ha coinvolto oltre 4.200 consumatori e che racconta come stanno cambiando desideri, priorità e strategie nella ricerca dell’abitazione ideale.

Secondo lo studio, l’ottimismo resiste: il 79% degli intervistati è convinto che riuscirà a trovare l’immobile perfetto, una fiducia che accomuna soprattutto Generazione X e Generazione Z. Ma questo slancio si scontra con un ostacolo ormai strutturale: i prezzi troppo alti, indicati dal 60% del campione come il principale freno alla ricerca, seguiti dalla scarsità di immobili adeguati alle proprie esigenze. Una pressione che costringe il 68% delle persone a rivedere al ribasso le proprie aspettative, soprattutto tra i più giovani.

Il costo delle case non incide solo sui desideri, ma anche sui tempi: il 57% degli italiani rimanda il cambio di abitazione in attesa di un calo dei valori, mentre cresce la percezione che i prezzi stiano ancora salendo. Eppure, il desiderio di cambiare casa resta forte, trainato soprattutto dalla voglia di uno spazio esterno e di ambienti più ampi.

L’acquisto continua a essere la scelta preferita: solo l’11% degli intervistati considera l’affitto una soluzione migliore. Tra chi punta alla compravendita, quasi sette persone su dieci lo fanno per motivi legati alla prima casa, e due terzi prevedono di ricorrere a un mutuo, con percentuali altissime tra Gen Z e Millennials.

Quando si passa ai desideri, il quadro è chiarissimo: gli italiani immaginano una casa ampia, luminosa, con almeno tre locali, due camere da letto, spazi esterni e servizi essenziali a portata di mano. L’appartamento resta la tipologia più cercata, ma cresce l’attenzione verso immobili già abitabili, preferiti dal 73% del campione. La classe energetica continua a essere un parametro importante, anche se con un leggero calo rispetto all’anno precedente.

La posizione rimane un fattore decisivo, ma con sfumature generazionali: il 60% degli intervistati sarebbe disposto a rinunciare a qualche metro quadro pur di vivere nel proprio “luogo del cuore”, mentre quasi la metà preferirebbe una casa più grande anche a costo di allontanarsi dal centro. La periferia si conferma l’area più battuta nella ricerca, seguita dal centro città e dai piccoli borghi.

“Le persone desiderano una casa che unisca comfort, qualità della vita e un forte legame con il territorio in cui vogliono vivere”, osserva Daniela Mora, Head of Consumer & Brand Marketing di Casa.it. “Nonostante le difficoltà, la fiducia nel trovare l’abitazione ideale resta alta, e questo racconta molto del rapporto profondo che gli italiani hanno con la casa”.

In un mercato che cambia rapidamente, la fotografia scattata da Casa.it mostra un consumatore più consapevole, più esigente e sempre più attento a ciò che davvero conta: spazio, luce, vivibilità e un luogo che senta davvero suo.

Protetto: ITALIA CASA E CONDOMINIO – APRILE 2026

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Parapetti anticaduta permanenti, arriva la UNI 11996

La sicurezza in quota compie un passo avanti con l’introduzione della UNI 11996:2025, la norma che dal 27 novembre 2025 diventerà il riferimento ufficiale per la progettazione, la produzione e l’utilizzo dei parapetti anticaduta permanenti. Il documento, elaborato dalle Commissioni “Sicurezza” e “Attrezzature provvisionali”, stabilisce criteri tecnici e operativi per quei dispositivi di protezione collettiva destinati a impedire le cadute dall’alto su edifici, infrastrutture e coperture.

La norma si applica a tutte le situazioni in cui esiste un rischio di caduta, comprese le aree classificate come A, B1, B2, C1 e le coperture H secondo il Decreto del 17 gennaio 2018. Restano esclusi i parapetti provvisori e quelli propri di balconi o terrazzi, così come le protezioni veicolari o i materiali antiscivolo. Il testo si rivolge a un pubblico ampio: fabbricanti, progettisti, installatori e utilizzatori, che trovano nella UNI EN 13374 il principale riferimento tecnico di supporto.

La classificazione dei parapetti è uno degli aspetti centrali della norma. Vengono individuate due categorie: la classe A, pensata per resistere a carichi statici e a situazioni di semplice appoggio o cadute orizzontali, e la classe B, progettata per sopportare anche sollecitazioni dinamiche moderate, come quelle generate da scivolamenti su superfici inclinate. Ogni prodotto deve riportare la designazione completa, ad esempio “UNI 11996:2025 B”, per indicare chiaramente la classe di appartenenza.

Dal punto di vista costruttivo, un parapetto permanente deve essere composto da un corrente principale, un elemento intermedio e un fermapiede, tutti progettati per evitare rimozioni accidentali e ridurre il rischio di lesioni. I materiali impiegati devono garantire resistenza alla corrosione, con una durabilità minima compresa tra i 15 e i 25 anni per le verniciature, e devono impedire il ristagno dell’acqua per preservare l’impermeabilità delle coperture. Le indicazioni tecniche rimandano alle norme UNI EN 12811-2 e EN 13374, che regolano le caratteristiche di acciaio, alluminio e acciaio inox.

La verifica delle prestazioni è un altro capitolo fondamentale. La norma prevede controlli che includono esami visivi, misurazioni, calcoli o prove sperimentali, con carichi applicati al corrente principale e limiti precisi di deformazione. Le prove devono essere condotte su almeno quattro campioni rappresentativi, distinguendo tra sistemi continui e moduli, e seguendo i criteri di sicurezza previsti per gli stati limite di esercizio e ultimo.

La manutenzione gioca un ruolo decisivo nella vita utile del parapetto. La UNI 11996 stabilisce quattro livelli di ispezione: quella preliminare, eseguita prima del montaggio; quella d’uso, da effettuare ogni volta che il parapetto viene impiegato; quella periodica, obbligatoria almeno ogni 48 mesi; e quella straordinaria, necessaria dopo qualsiasi evento che possa aver compromesso la sicurezza, come la caduta di persone o materiali. Durante i controlli si devono verificare usura, corrosione, integrità delle saldature e serraggio degli elementi di fissaggio. Tutte le attività devono essere registrate in un apposito documento, mentre interventi di manutenzione e riparazione devono essere affidati al fabbricante o a un tecnico qualificato.

La documentazione accompagna ogni fase del ciclo di vita del parapetto. Il manuale di istruzioni deve riportare informazioni essenziali come la designazione del prodotto, i carichi trasmessi alla struttura, le limitazioni d’uso in presenza di vento, neve o ghiaccio, i criteri per scartare componenti danneggiati e le procedure di salvataggio previste dall’Appendice C. Ogni componente principale deve essere marcato in modo chiaro e permanente con il riferimento alla norma, il nome del fabbricante e il lotto di produzione. A completare il quadro, un cartello informativo deve indicare la classe del parapetto, le date di installazione e delle ispezioni, oltre al richiamo obbligatorio alla lettura del manuale. La valutazione di conformità può essere effettuata dal fabbricante, dall’utilizzatore o da un organismo indipendente.

Con la UNI 11996:2025, il settore della sicurezza in quota si dota di uno strumento aggiornato e rigoroso, pensato per garantire standard elevati e uniformi in un ambito dove la prevenzione resta l’unica vera arma contro gli incidenti.

Ritorna l’ora legale: lancette un’ora avanti

L’appuntamento con il ritorno dell’ora legale è per la notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo. Come al solito, alle 2 di notte le lancette andranno spostate di un’ora in avanti e si passerà direttamente alle 3. Si “perderà un’ora di riposo”, ma dall’indomani sembrerà di poter disporre di giornate più lunghe, perché l’alba e il tramonto avverranno un’ora più tardi.

Il primo giorno con l’ora legale il tramonto sarà alle 19.35. Un bel salto in avanti se si pensa che sabato 29 marzo, l’ultimo giorno con l’ora solare, il sole calerà alle 18.34. A fine aprile il tramonto avverrà alle 20,00, mentre a fine maggio alle 20,35 e a fine giugno addirittura le 20,48. Insomma, i pomeriggi saranno sempre più lunghi e la notte tarderà sempre più ad arrivare.

Sono numerosi i Paesi in cui si spostano le lancette dell’orologio in avanti di un’ora durante i mesi più caldi per estendere la luce del giorno nelle ore serali. Questo cambiamento avviene sempre alla fine di marzo o all’inizio di aprile. Il ritorno all’ora solare, spostando le lancette indietro di un’ora, è invece previsto alla fine di ottobre o all’inizio di novembre, anche se le date esatte possono variare da Paese a Paese.

Uno dei promotori più noti dell’introduzione dello scambio tra ora legale e ora solare fu Benjamin Franklin, che nel 1784 propose qualcosa di simile in un saggio satirico, suggerendo che le persone avrebbero potuto risparmiare candele svegliandosi più presto al mattino. L’idea non fu presa sul serio fino alla Prima Guerra Mondiale, quando la Germania e i suoi alleati introdussero l’ora legale nel 1916 per risparmiare carburante riducendo la necessità di illuminazione artificiale. Altri Paesi, compresi gli Stati Uniti e vari Stati europei, adottarono poi questa pratica per ragioni simili. L’obiettivo principale dell’ora legale è quello di sfruttare meglio la luce del giorno durante i mesi estivi, riducendo così il consumo di energia elettrica per l’illuminazione.

Secondo i dati, con il ritorno dell’ora legale, nei prossimi sette mesi in Italia saranno registrati impatti positivi per il sistema energetico dal punto di vista elettrico, ambientale ed economico. Dal 2004 al 2023, secondo l’analisi di Terna, il minor consumo di energia elettrica per l’Italia dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 11,3 miliardi di kWh e ha comportato, in termini economici, un risparmio per i cittadini di circa 2,1 miliardi di euro. I benefici dell’ora legale riguardano anche l’ambiente: il minor consumo elettrico ha infatti consentito di evitare emissioni di CO2 in atmosfera per circa 180 mila tonnellate.

Tuttavia, l’efficacia dell’ora legale nel risparmiare energia è stata oggetto di un ampio dibattito, che non si è ancora concluso. Alcune ricerche suggeriscono che i risparmi energetici sono minimi. Inoltre, l’ora legale è stata criticata per i potenziali effetti negativi sulla salute, come l’alterazione dei ritmi circadiani delle persone.

A causa di queste osservazioni, alcuni Paesi hanno cessato di osservare l’ora legale, mentre altri continuano a farlo. L’Unione Europea, ad esempio, ha votato nel 2019 per abolire l’obbligo di cambiare l’ora legale a partire dal 2021, lasciando ai singoli stati membri la libertà di decidere se mantenere in modo permanente l’ora legale o l’ora solare. La decisione finale riguardo l’attuazione, dunque, può variare a seconda delle legislazioni nazionali.