Per molte famiglie, la casa acquistata con le agevolazioni statali rappresenta un punto di partenza. Tuttavia, la vita cambia: un trasferimento per lavoro, l’arrivo di un figlio o semplicemente il bisogno di spazi diversi possono rendere necessario vendere la prima abitazione e acquistarne una nuova. In questi casi, è fondamentale conoscere le regole per non perdere i benefici fiscali concessi dallo Stato.
La normativa prevede che, per mantenere le agevolazioni legate all’acquisto della prima casa, l’immobile debba essere mantenuto per almeno cinque anni. In caso contrario, il contribuente rischia di dover restituire le imposte non versate, con l’aggiunta di una sovrattassa del 30% e degli interessi maturati. Tuttavia, esiste una possibilità per evitare queste sanzioni: acquistare un nuovo immobile da destinare a prima casa entro un termine preciso.
Le agevolazioni che si perderebbero includono l’imposta di registro ridotta al 2% (anziché al 9%), le imposte ipotecaria e catastale fisse a 50 euro ciascuna, e — per gli under 36 — l’azzeramento totale delle imposte grazie al Bonus Prima Casa introdotto nel 2021. Per conservare questi vantaggi, è necessario che la nuova abitazione rispetti determinati requisiti: deve appartenere a una delle categorie catastali ammesse (come A/2, A/3, A/4, ecc.), non deve essere un immobile di lusso, e deve essere destinata a residenza principale entro 12 mesi dall’acquisto. Dal 2025, il termine per vendere la precedente abitazione è stato esteso da 12 a 24 mesi, offrendo maggiore flessibilità.
La legge consente anche di mantenere le agevolazioni nel caso in cui si acquisti un terreno edificabile, purché il fabbricato venga destinato a residenza principale e abbia almeno le caratteristiche minime di un rustico urbanisticamente rilevante, con mura perimetrali e copertura completata.
Naturalmente, chi decide di attendere i cinque anni previsti dalla legge può vendere la prima casa senza alcun vincolo, beneficiando anche di un credito d’imposta pari all’imposta di registro già versata, da utilizzare entro un anno per l’acquisto di un nuovo immobile.
Tuttavia, vendere e riacquistare una prima casa è un’operazione complessa, che richiede attenzione e competenza. È consigliabile affidarsi a professionisti del settore, come notai e consulenti fiscali, per evitare errori che potrebbero comportare costi imprevisti. Tra i principali aspetti da considerare ci sono le tempistiche, che devono essere gestite con precisione per evitare la decadenza dei benefici; la presenza di un mutuo sull’immobile da vendere, che può complicare la trattativa; e i costi accessori, come le imposte di registrazione, le spese notarili e gli eventuali oneri legati al trasferimento o alla stipula di un nuovo mutuo.
Vendere la prima casa per acquistarne un’altra può essere una scelta giusta e necessaria, ma va affrontata con consapevolezza. Conoscere le regole e pianificare ogni passaggio è il modo migliore per tutelare il proprio investimento e continuare a beneficiare delle agevolazioni previste dalla legge.
Chi ha acquistato un immobile con le agevolazioni “prima casa” e lo ha sottoposto a interventi con Superbonus ha più tempo per trasferire la propria residenza nel Comune in cui si trova l’abitazione. Lo ha confermato l’Agenzia delle Entrate con la risposta n. 230 del 3 settembre 2025, accogliendo l’interpretazione di un contribuente che aveva chiesto chiarimenti in merito alla decorrenza del termine previsto per conservare i benefici fiscali.
Il caso riguarda un immobile acquistato il 26 novembre 2021, composto da due unità abitative e un rustico ad uso stalla, oggetto di ristrutturazione con Superbonus. I lavori agevolati si sono conclusi il 29 dicembre 2023, mentre quelli ordinari risultano ancora in corso. L’acquirente, che ha richiesto l’agevolazione “prima casa” nell’atto di compravendita, ha chiesto se il termine di 30 mesi per stabilire la residenza debba partire dalla data di acquisto o dal termine della sospensione emergenziale, fissato al 30 ottobre 2023.
L’Agenzia ha confermato che, in virtù delle disposizioni emergenziali introdotte durante la pandemia, tutti i termini previsti per conservare i benefici “prima casa” sono stati sospesi tra il 1° aprile 2022 e il 30 ottobre 2023. Tra questi rientra anche il termine di 30 mesi previsto per gli immobili sottoposti a interventi con Superbonus, come stabilito dal comma 10-ter dell’articolo 119 del Dl 34/2020.
La sospensione, regolata dall’articolo 3, comma 10-quinquies, della legge n. 14/2023, riguarda non solo il termine per trasferire la residenza, ma anche quelli relativi alla vendita o al riacquisto di immobili agevolati. In particolare, sono stati congelati:
– i 18 mesi per stabilire la residenza nel Comune dell’immobile;
– l’anno per acquistare un nuovo immobile se si vende quello agevolato entro cinque anni;
– l’anno per vendere un precedente immobile acquistato con agevolazione “prima casa”.
Nel caso esaminato, il contribuente avrà quindi tempo fino al 30 aprile 2026 per trasferire la propria residenza nel Comune dell’immobile, senza perdere i benefici fiscali legati sia alla “prima casa” che al Superbonus. Un chiarimento importante, che conferma come le misure emergenziali abbiano inciso anche sulla tempistica fiscale, offrendo maggiore flessibilità a chi ha investito nella riqualificazione energetica della propria abitazione.
Il Governo punta a rilanciare i bonus edilizi, con l’obiettivo di riportare al 50% le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni a partire dal 2026 e di dimezzare i tempi di rimborso da dieci a cinque anni. Lo ha annunciato la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava, che ha confermato il lavoro congiunto con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per rendere l’ecobonus “più immediato e conveniente”.
Attualmente, la detrazione base è scesa al 36% per le seconde case, mentre il 50% resta valido solo per le abitazioni principali. Senza un intervento normativo, dal 2026 si rischia un ulteriore taglio: 36% sulle prime case e appena 30% sulle altre.
Come ogni anno, il vero ostacolo è rappresentato dalle coperture finanziarie. Secondo le stime del MEF, per mantenere l’attuale impianto dei bonus edilizi servirebbero circa 2 miliardi di euro. E con una Manovra dai margini ridotti, la sfida è tutt’altro che semplice.
La CNA ha accolto positivamente l’annuncio di Gava, ma lancia un monito: “Nei primi sei mesi del 2025, i lavori incentivati hanno generato circa 15 miliardi di euro, con la prospettiva di sfiorare i 40 miliardi entro fine anno. Senza la conferma della detrazione al 50%, il giro d’affari nel 2026 potrebbe crollare a 15 miliardi, con gravi ripercussioni su imprese, occupazione e riqualificazione urbana”.
Gava ha sottolineato che le nuove misure mirano a “aiutare le famiglie, sostenere l’edilizia – settore chiave per l’economia – e promuovere la riqualificazione delle città, nel rispetto delle risorse pubbliche”.
Oltre al bonus ristrutturazioni, anche Ecobonus e Sismabonus sono destinati a subire un ridimensionamento, con detrazioni che scenderanno al 30% nel biennio 2026-2027. Il rischio, secondo alcuni osservatori, è il ritorno di lavori “in nero”, con effetti negativi sulla sicurezza degli edifici e sulle entrate fiscali.
La partita dei bonus edilizi è appena iniziata. Il Governo sembra intenzionato a difendere le agevolazioni, ma il futuro dipenderà dalla capacità di trovare risorse nella prossima Legge di Bilancio. Per famiglie e imprese, il 2026 potrebbe segnare una svolta… o una brusca frenata.
Bonus Ristrutturazioni, nuova guida dell’Agenzia delle Entrate: ecco cosa cambia
In vista della nuova Legge di Bilancio, che confermerà anche per il 2026 la detrazione maggiorata del 50% per gli interventi sull’abitazione principale, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato l’aggiornamento della guida ufficiale “Ristrutturazioni edilizie: le agevolazioni fiscali”.
Il documento, atteso da tre anni, rappresenta un punto di riferimento per chi intende accedere ai Bonus Casa e offre una panoramica completa sulle modalità di detrazione Irpef per lavori di manutenzione straordinaria, restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia. Per le parti comuni degli edifici, restano agevolabili anche gli interventi di manutenzione ordinaria.
Tra le novità più rilevanti, la guida chiarisce i limiti di detraibilità legati al reddito del contribuente, in particolare per chi supera i 75.000 euro annui, e specifica i requisiti richiesti per l’abitazione principale.
Ma il documento non si limita al Bonus Ristrutturazione: vengono illustrate anche altre agevolazioni fiscali, come la detrazione del 75% per l’eliminazione delle barriere architettoniche, le agevolazioni IVA, gli incentivi per l’acquisto e la costruzione di box e posti auto, e le detrazioni per immobili già ristrutturati. Infine, trova spazio anche la detrazione degli interessi passivi sui mutui contratti per ristrutturare casa.
La nuova guida, disponibile sul sito dell’Agenzia, si propone come uno strumento pratico per orientarsi tra le molteplici opportunità fiscali legate alla riqualificazione del patrimonio immobiliare. Un aggiornamento che arriva in un momento cruciale per il settore edilizio, chiamato a fare i conti con nuove regole e con la necessità di maggiore trasparenza e semplificazione.
In un piccolo condominio è stato deciso di installare una piattaforma elevatrice nel giroscale interno, ma solo due su sei condòmini hanno deciso di partecipare alle spese. Possono usufruire del beneficio fiscale calcolato sull’intero importo sostenuto per l’installazione oppure l’agevolazione è limitata alla quota di spesa calcolata in proporzione ai propri millesimi di proprietà?
In questo caso i condòmini che hanno sostenuto la spesa possono utilizzare l’agevolazione fiscale sull’intera somma che hanno singolarmente pagato e non si procede in base ai millesimi proprio perché non tutti hanno partecipato alla spesa.
Un documento di prassi dell’Agenzia delle Entrate fornisce questa indicazione: si tratta della Risoluzione 336/2008, che risponde a un contribuente in relazione a lavori di abbattimento di barriere architettoniche, fra i quali rientra l’installazione del montascale. Se necessario a un solo condòmino (in ausilio alla sua disabilità), che ha sostenuto integralmente la spesa, allora è riconoscibile il beneficio fiscale sull’intera cifra.
Da come è formulato il quesito pare che la situazione prospettata sia analoga, con l’unica differenza che il costo è stato sostenuto da due condòmini. Pertanto ritengo sia applicabile lo stesso principio.
Il Fisco chiarisce anche che, nel caso di lavori di cui beneficiano tutti i condòmini, si applica invece la ripartizione millesimale anche se l’intera spesa è stata sostenuta da uno solo, proponendo l’esempio affrontato dalla Risoluzione 264/E del 2008: in quel caso, un condòmino aveva affrontato il costo di installazione di un ascensore ma aveva ottenuto l’agevolazione solo per la parte relativa ai propri millesimi perché il bene risultava “oggetto di proprietà comune” utilizzabile per tutti i condòmini.
Le agevolazioni fiscali legate all’edilizia continuano a rappresentare una leva importante per cittadini e imprese, ma la complessità normativa impone attenzione e aggiornamento costante. A fare chiarezza su alcuni aspetti pratici è l’Agenzia delle Entrate, che nella rubrica FiscoOggi ha pubblicato ad agosto una serie di risposte a quesiti frequenti, offrendo indicazioni utili su bonus mobili, ristrutturazioni, barriere architettoniche e impianti solari.
Tra i temi affrontati, spicca quello relativo al bonus mobili e grandi elettrodomestici. Per beneficiare della detrazione sull’acquisto di una lavastoviglie, ad esempio, è necessario conservare la documentazione che attesti il pagamento, come ricevute di bonifico o transazioni con carta, oltre alle fatture che descrivano chiaramente i beni acquistati. Anche lo scontrino fiscale può essere valido, purché riporti il codice fiscale dell’acquirente e i dettagli del prodotto. In mancanza di codice fiscale, la detrazione resta possibile se l’acquisto è riconducibile al contribuente attraverso i dati della transazione.
Un altro chiarimento riguarda la possibilità per il convivente di fatto di accedere alle detrazioni per interventi di ristrutturazione su un immobile che non costituisce l’abitazione principale. Secondo l’Agenzia, la detrazione è ammessa anche in questi casi, purché l’immobile rientri nell’ambito della convivenza. La verifica della stabile convivenza può avvenire tramite registri anagrafici o autocertificazione, come previsto dalla legge sulle unioni civili.
Sul fronte delle barriere architettoniche, il Fisco ha precisato che in caso di decesso del contribuente, le quote residue della detrazione non possono essere trasferite agli eredi. La normativa non contempla il passaggio del beneficio, né in caso di successione né di cessione dell’immobile. Chi ha sostenuto le spese può continuare a usufruire delle rate non ancora utilizzate, anche se l’immobile cambia proprietà. A partire dal 2024, inoltre, le spese devono essere ripartite obbligatoriamente in dieci rate annuali di pari importo.
Infine, per quanto riguarda gli interventi legati all’installazione di pannelli solari, l’Agenzia ha ricordato che le spese devono essere correttamente inserite nel modello 730, seguendo le indicazioni previste per gli interventi di ristrutturazione edilizia. Anche in questo caso, la documentazione deve essere completa e conforme ai requisiti richiesti per accedere alle agevolazioni.
I chiarimenti pubblicati confermano l’importanza di un approccio rigoroso e documentato per accedere ai bonus edilizi, in un contesto normativo che continua a evolversi e che richiede il supporto di professionisti qualificati.
Il bonus ristrutturazioni continua a rappresentare una delle agevolazioni fiscali più apprezzate dai contribuenti italiani. Confermato per tutto il 2025, consente di ottenere una detrazione Irpef del 50% per interventi su immobili adibiti ad abitazione principale, e del 36% per le seconde case, su una spesa massima di 96.000 euro.
Ma cosa accade se il proprietario non risiede nell’immobile oggetto dei lavori?
A chiarire la questione è l’Agenzia delle Entrate, che con la circolare 8/E ha confermato la possibilità di accedere al bonus anche in assenza di residenza, purché siano rispettati alcuni requisiti. Non è infatti necessario risultare residenti al momento dell’avvio dei lavori. La condizione fondamentale è che l’immobile venga adibito ad abitazione principale entro la data di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui si intende usufruire della detrazione. In altre parole, il trasferimento della residenza può avvenire anche dopo la fine dei lavori, ma deve essere formalizzato prima di iniziare a detrarre le spese.
La stessa circolare estende il beneficio anche ai casi in cui nell’immobile ristrutturato risiedano i familiari del contribuente, come coniugi, figli o genitori, a patto che il proprietario non possieda un’altra abitazione. In questo modo, il Fisco riconosce come “abitazione principale” anche quella destinata alla famiglia, ampliando la platea dei beneficiari senza rinunciare al principio di unicità dell’immobile.
Attenzione però alle tempistiche: se la residenza non viene trasferita entro la scadenza della dichiarazione dei redditi, il contribuente perde il diritto alla detrazione maggiorata e rientra nel regime previsto per le seconde case, con aliquota al 36%.
Le stesse regole valgono anche per gli immobili in condominio. L’aliquota del 50% può essere applicata solo se l’appartamento è destinato a prima casa, anche se la residenza viene trasferita dopo l’inizio dei lavori. Questo principio si estende anche ai condomìni minimi, parziali o agli edifici interamente di proprietà di un singolo soggetto.
Il bonus ristrutturazioni copre anche gli interventi sulle pertinenze, come cantine e box auto, ma solo se esiste un vincolo diretto con l’abitazione principale. Tale vincolo deve essere già presente al momento dell’avvio dei lavori, pena l’esclusione dall’agevolazione.
Infine, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il contribuente mantiene il diritto alla detrazione anche in caso di successivo trasferimento della residenza. Se l’immobile ristrutturato non è più adibito ad abitazione principale nei periodi d’imposta successivi, le quote residue della detrazione possono comunque essere portate in dichiarazione, purché i requisiti iniziali siano stati rispettati.
Dal gennaio 2025, l’importo del canone Rai è tornato a 90 euro annui. Una tassa che devono pagare tutti coloro che possiedono una televisione o qualsiasi apparecchio in grado di ricevere il segnale televisivo. Tuttavia, esistono alcune esenzioni, tra cui quella riservata agli anziani con più di 75 anni d’età.
Questa agevolazione permette a migliaia di pensionati di non pagare il canone, offrendo un piccolo ma significativo sollievo sul bilancio familiare. Ma quali sono i requisiti richiesti per ottenere l’esenzione e quali passi bisogna seguire per inviare la domanda?
Chi può ottenere l’esenzione dal pagamento del canone Rai
Come accade ormai da diversi anni, anche nel 2025 gli anziani over 75 possono essere esonerati dal pagamento del canone Rai, a patto di rispettare alcune condizioni. Il beneficio è riservato a chi:
– Ha compiuto almeno 75 anni
– Ha un reddito annuo complessivo inferiore a 8mila euro, considerando non solo quello personale ma anche quello del coniuge
Oltre al requisito economico, è importante tenere presente che l’anziano non deve convivere con altre persone che abbiano un reddito proprio, fatta eccezione per il coniuge. Inoltre, l’esenzione non è concessa a chi ha assunto collaboratori domestici, colf o badanti, poiché la loro presenza implica condizioni economiche più stabili.
Quando presentare la domanda di esonero
Per ottenere l’esenzione del canone Rai 2025, è necessario presentare un’apposita domanda, tenendo conto della data di compimento del 75° anno di età.
– Chi ha compiuto 75 anni entro il 31 gennaio 2025 potrà beneficiare dell’esonero per tutto l’anno;
– Chi raggiunge il requisito anagrafico entro il 31 luglio 2025 avrà diritto all’esonero solo per il secondo semestre;
– Infine, chi compirà 75 anni dopo il 31 luglio, potrà chiedere l’esenzione a partire dall’anno successivo e dovrà inviare la domanda entro il 31 gennaio 2026.
È importante rispettare le scadenze, per evitare di dover pagare il canone e successivamente richiederne il rimborso.
Come inviare la richiesta di esenzione o rimborso
L’Agenzia delle Entrate ha stabilito diverse modalità per presentare la domanda:
– Invio postale, tramite plico raccomandato senza busta, da spedire all’indirizzo: Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale I di Torino – Ufficio Canone TV – Casella postale 22 – 10121 Torino. È necessario allegare una copia di un valido documento di riconoscimento.
– Trasmissione via PEC, firmando digitalmente la richiesta e inviandola all’indirizzo cp22.canonetv@postacertificata.rai.it.
– Consegna diretta presso un qualsiasi ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate.
Per chi ha già inviato la domanda negli anni precedenti, non è necessario ripresentarla, a meno che non siano intervenute variazioni nei requisiti.
Tempi di elaborazione e interruzione dell’addebito in bolletta
Considerati i tempi tecnici necessari per la lavorazione delle dichiarazioni, il canone verrà rimosso dalla bolletta seguendo queste tempistiche:
– Domande inviate entro il 15 del mese: l’esonero sarà applicato a partire dal mese successivo.
– Domande inviate dopo il 15 del mese: la rimozione dell’addebito scatterà due mesi dopo l’invio della richiesta.
Per chi ha già effettuato il pagamento ma rientra nei criteri di esenzione, sarà possibile richiedere il rimborso, seguendo le stesse modalità di presentazione della domanda.
Il tempo stringe per chi vuole approfittare del bonus barriere architettoniche. La maxi detrazione del 75% per gli interventi di abbattimento delle barriere è destinata a scadere il 31 dicembre 2025, lasciando spazio a un regime fiscale meno vantaggioso a partire dal 2026.
Ultimi mesi per accedere al beneficio maggiorato
Introdotto nel 2022 nell’ambito delle misure collegate al Superbonus, il bonus barriere ha rappresentato una delle agevolazioni più generose per chi intende rendere più accessibili gli edifici. Fino alla fine del 2025, sarà possibile ottenere una detrazione del 75% sulle spese sostenute per interventi come scale, rampe, ascensori, servoscala e piattaforme elevatrici.
Dal 2024, però, il perimetro dell’agevolazione è stato ristretto: il beneficio riguarda esclusivamente gli interventi su barriere “verticali”, escludendo quindi lavori su ambienti come bagni e cucine.
Limiti di spesa e vantaggi
Tra i punti di forza del bonus barriere architettoniche c’è senz’altro la generosità della detrazione, che può arrivare fino al 75% delle spese sostenute. Tuttavia, l’agevolazione è soggetta a limiti ben precisi, stabiliti in base alla tipologia dell’immobile.
Per le abitazioni unifamiliari e per le unità immobiliari situate in edifici plurifamiliari ma dotate di accesso autonomo dall’esterno, il tetto massimo di spesa agevolabile è fissato a 50.000 euro. Se invece si tratta di edifici composti da due a otto unità immobiliari, il limite scende a 40.000 euro per ciascuna unità. Nei condomìni più grandi, con più di otto unità, la soglia si abbassa ulteriormente a 30.000 euro per unità.
È importante sottolineare che gli interventi devono rispettare le prescrizioni tecniche stabilite dal decreto ministeriale n. 236 del 14 giugno 1989. Questo documento definisce i criteri necessari per garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici, sia privati che di edilizia residenziale pubblica, con l’obiettivo di superare e rimuovere le barriere architettoniche.
Dal 2026 si torna al bonus ordinario
Salvo proroghe, dal 1° gennaio 2026 il bonus barriere architettoniche sarà assorbito dal più generico bonus ristrutturazioni. La detrazione scenderà al 30%, con possibilità di arrivare al 36% solo per lavori sull’abitazione principale. Il bonus ristrutturazione continuerà a coprire anche interventi tecnologici e robotici volti a favorire la mobilità delle persone con disabilità, ma con un impatto fiscale decisamente ridotto. Tuttavia, come ogni anno, la legge di Bilancio potrebbe introdurre novità anche sul fronte delle detrazioni edilizie. Gli occhi sono puntati sulla prossima Manovra, che potrebbe riservare sorprese per chi punta a rendere più inclusivi gli spazi abitativi.
Ristrutturazioni, il Governo punta alla proroga del Bonus casa al 50% anche nel 2026
L’esecutivo lavora per evitare il taglio dell’aliquota al 36% e dimezzare i tempi di recupero della detrazione fiscale. Obiettivo: sostenere famiglie e imprese edili dopo lo stop al Superbonus. Ma resta il nodo delle coperture finanziarie.
Il Governo è al lavoro per scongiurare il ridimensionamento del Bonus Ristrutturazioni previsto dal 2026, quando l’aliquota dovrebbe scendere dal 50% al 36% e il tetto di spesa dimezzarsi da 96.000 a 48.000 euro. Una prospettiva che, secondo gli operatori del settore, rischia di paralizzare il mercato delle riqualificazioni edilizie.
A lanciare il segnale è stata la Viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava, che ha annunciato l’avvio di un tavolo tecnico con il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per valutare la proroga dell’aliquota agevolata al 50% anche per il 2026. Ma non solo: l’esecutivo sta studiando anche la possibilità di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di recupero della detrazione fiscale, rendendo lo sconto più immediato e accessibile, soprattutto per i contribuenti con minore capienza fiscale.
“Vogliamo evitare il baratro dei bonus edilizi e dare continuità a un settore strategico per l’economia”, ha dichiarato Gava. “Con queste misure intendiamo aiutare le famiglie, sostenere l’edilizia e promuovere la riqualificazione urbana, nel rispetto delle risorse pubbliche”.
La fine del Superbonus al 110% ha lasciato il Bonus Ristrutturazioni come principale strumento per incentivare interventi sul patrimonio edilizio. Ma il “decalage” previsto dalla normativa rischia di compromettere la ripresa del comparto, già provato dalla fine delle maxi agevolazioni.
Il vero ostacolo resta quello delle coperture finanziarie. La proroga dell’aliquota al 50% e la riduzione dei tempi di recupero comporterebbero un impatto significativo sui conti pubblici, che dovrà essere valutato nella prossima Legge di Bilancio. La sfida per il Governo sarà trovare un equilibrio tra il sostegno alla transizione ecologica e la sostenibilità fiscale.