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RISTRUTTURAZIONI: DOMANDE E RISPOSTE FISCALI

D. Devo effettuare dei lavori di ristrutturazione, qual è il tetto massimo di spesa sul quale calcolare la detrazione?

R. Per le spese sostenute dal 26 Giugno 2012, il tetto massimo di spesa è di euro 96.000 per singola unità immobiliare.



D. Per lavori su parti comuni di un condominio, la spesa massima detraibile da parte dei singoli condomini ammonta a 96.000 euro o il limite massimo è di 96.000 euro per tutto il condominio?

R. Il limite è riferito ad ogni singola abitazione (risoluzione n. 206/2007 e 19/2008). Pertanto, ogni condomino, nel limite di una spesa massima di euro 96.000, potrà detrarre fino a euro 48.000.



D. In caso di lavori di ristrutturazione, sono previsti dei limiti minimi di spesa per fruire della detrazione?

R. No, non sono previsti limiti minimi di spesa.



D. Ho stipulato un compromesso per l’acquisto di una casa. Ho diritto alle detrazioni per i lavori di ristrutturazione edilizia eseguiti nel periodo compreso tra la data del compromesso e la data di stipula dell’atto?

R. Sì, a condizione che il compromesso sia registrato, che abbia il possesso dell’immobile e che esegua i lavori a proprio carico.



D. Cosa devo fare se non sono richieste abilitazioni amministrative per i lavori che devo effettuare?

R. Se la normativa non prevede che debbano essere richieste abilitazioni, né che debba essere fatta alcuna comunicazione al Comune in cui è situato l’immobile, deve redigere una dichiarazione sostitutiva dell’ atto di notorietà in cui indicare la data di inizio dei lavori e attestare che gli interventi realizzati rientrano tra quelli agevolabili.



D. Per i lavori su parti comuni, è obbligatorio avere un codice fiscale del condominio? Se non vi è obbligo di avere un amministratore, chi effettua il pagamento?

R. Sì, occorre che il condominio sia munito di codice fiscale. Il pagamento potrà essere effettuato da uno dei condòmini, che dovrà indicare nei bonifici il proprio codice fiscale oltre a quello del condominio. Il pagamento potrà essere eseguito dal conto corrente bancario (o postale) del condomino a tal fine delegato dagli altri o da un conto appositamente istituito (circolare n. 11/E 2014).



D. Mia moglie e io siamo comproprietari con quote diverse (60% io e 40% lei) di un immobile su cui sono in corso dei lavori di ristrutturazione. Possiamo dividere a metà le spese o dobbiamo obbligatoriamente ripartirle in base alle quote di proprietà dell’immobile?

R. Non è obbligatorio suddividere tra i comproprietari le spese sostenute in base alle quote di proprietà dell’immobile. Tuttavia, quando la partecipazione alle spese è diversa dalle quote di proprietà, è necessario annotare in fattura la percentuale di ripartizione delle spese (circolare n. 55/E 2001).



D. Ai fini della detrazione devo considerare le fatture comprensive di Iva?

R. Sì, la detrazione delle spese per interventi di ristrutturazione edilizia spetta sull’intero importo della fattura pagata (comprensivo di Iva).



D. Mio marito sta ristrutturando una casa che diventerà la nostra abitazione principale. Se partecipo alle spese di ristrutturazione posso usufruire delle detrazioni fiscali del 50%, in quanto coniuge?

R. Sì, anche il coniuge convivente può usufruire delle detrazioni fiscali e non è rilevante il regime patrimoniale del matrimonio.



D. Si può usufruire della detrazione del 50% sull’acquisto dei materiali per le opere in economia?

R. Sì, per gli interventi che consentono di ottenere la detrazione fiscale del 50% è prevista anche la possibilità di eseguire i lavori in proprio ottenendo quindi la detrazione sulle spese sostenute per l’acquisto dei materiali utilizzati (circolare ministeriale n. 121/1998 paragrafo 2.4).



D. Devo realizzare degli interventi di manutenzione straordinaria su un’unità immobiliare a me concessa in comodato d’uso gratuito. È necessario avere il consenso del proprietario?

R. Sì, in caso di lavori effettuati dal detentore dell’immobile (comodatario), se diverso dai familiari conviventi, è obbligatorio produrre e conservare dichiarazione di consenso del possessore (proprietario) all’esecuzione dei lavori (provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 2 novembre 2011 n. 149646).



D. Un privato deve eseguire dei lavori di ristrutturazione. Le prestazioni professionali, necessarie per l’esecuzione degli interventi possono scontare l’aliquota agevolata del 10% come gli altri lavori?

R. No. Le prestazioni professionali richieste dal tipo di intervento eseguito sono escluse dalla applicazione dell’aliquota ridotta; esse, pertanto, sconteranno l’aliquota ordinaria del 22%. Le spese per tali prestazioni consentiranno, comunque, di beneficiare delle detrazioni Irpef per ristrutturazioni.



D. Posso beneficiare della detrazione del 50% per l’imbiancatura del mio appartamento a seguito di interventi di manutenzione straordinaria rientranti tra quelli agevolabili?

R. Sì, può detrarre anche le spese per l’imbiancatura sebbene in sé qualificabile come manutenzione ordinaria, a condizione che essa sia strettamente connessa alle altre opere di manutenzione straordinaria per cui le spetti l’agevolazione (circolare ministeriale n. 57/1998).



D. Devo far realizzare un sistema di antifurto nella mia abitazione di proprietà. Posso usufruire della detrazione Irpef del 50%?

R. Sì, è possibile usufruire della detrazione fiscale del 50% per la realizzazione dell’antifurto nella propria abitazione. Esso rientra infatti tra gli interventi volti a prevenire il compimento di atti illeciti da parte di terzi, per cui sono previste le detrazioni fiscali.



D. Ho diritto alla detrazione del 50% per la costruzione del box auto anche per un’abitazione non “prima casa”?

R. Sì, è possibile purché vi sia il vincolo pertinenziale tra l’abitazione e il box.



D. L’acquisto di pannelli fotovoltaici per un’abitazione attualmente in fase di costruzione, la cui installazione avverrà successivamente alla realizzazione dell’edificio, è detraibile al 50% oppure l’agevolazione spetta solo per impianti installati su abitazioni già esistenti?

R. Non è possibile fruire della detrazione in questo caso. Per espressa previsione normativa (articolo 1 comma 3 della legge n. 449/1997), la detrazione del 36% (oggi 50%) relativa a interventi di recupero del patrimonio edilizio, tra cui sono compresi l’acquisto e l’installazione di pannelli fotovoltaici, compete per immobili già censiti in catasto, o per i quali sia stato richiesto l’accatastamento.

IMU TERRENI AGRICOLI: PIÙ ESENZIONI. E IL PAGAMENTO SLITTA AL 10 FEBBRAIO

[Fonti: Nuovo FiscoOggi – Agenzia delle Entrate e Anci]


Novità in materia di Imu sui terreni agricoli. Il decreto legge 4/2015 del 24 gennaio, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 19 dello stesso giorno, sposta il limite per l’esenzione a un’altitudine inferiore, e fa slittare i termini di versamento di quanto dovuto per l’anno 2014 al prossimo 10 febbraio. I nuovi criteri, per stabilire chi paga e chi no, rimandano sempre all’elenco dei comuni italiani consultabile sul sito internet dell’Istat ma, a differenza di quanto stabilito in precedenza con il Dm 28 novembre 2014, non si fa più riferimento all’ubicazione in termini di altitudine del centro del Comune, bensì alla “codifica” data dall’Istat al suo territorio.

In sostanza, l’esclusione va ricercata sempre nella lista pubblicata sul sito Istat, nella colonna “R” e non più nella “P”. Qui, se in corrispondenza di un determinato Comune si trova la lettera “T”, lo stesso è considerato totalmente montano; con “P”, invece, viene individuato un territorio parzialmente montano, mentre l’acronimo “NM” indica i comuni non montani, tutto ciò a prescindere dall’altitudine in cui è situata la sede amministrativa.

Ricapitolando: tutti i terreni agricoli (e quelli non coltivati) ubicati nei comuni “T” sono esenti dall’Imu. Per quelli identificati dalla “P”, invece, l’esonero è condizionato dal proprietario o dal “gestore”, cioè, per godere dell’esclusione dall’Imu, i terreni “parzialmente montani” devono essere posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali iscritti alla previdenza agricola; la regola vale anche in caso di concessione in comodato o in affitto a favore degli stessi soggetti. Pagano l’Imu, infine, tutti i terreni ubicati nei comuni “NM”.

Le nuove disposizioni si applicano anche per il 2014. Considerato, però, che l’innovazione della norma ha risucchiato nell’obbligo comuni in prima battuta esenti, a questi il decreto “abbona” la quota che avrebbero dovuto versare per il 2014. In pratica, per i terreni che erano esclusi dall’Imu in base ai criteri fissati dal Dm 28 novembre 2014 e che invece ne risultano assoggettati in virtù delle nuove regole dettate dal Dl 4/2015, il tributo 2014 non è dovuto.

Esenzione confermata e senza vincoli, infine, per “i terreni a immutabile destinazione agro-silvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile”. 

Le novità contenute nel Dl 4/2015 spazzano via la scadenza del pagamento, che era fissata al 26 gennaio, e la fa slittare, appunto, al prossimo 10 febbraio. Entro tale data va calcolata l’Imu dovuta, applicando l’aliquota base del 7,6 per mille (a meno che il Comune di riferimento non ne abbia approvata un’altra), ed effettuato il versamento tramite specifico bollettino di conto corrente postale oppure tramite modello F24, indicando il codice tributo 3914.

Soddisfatta per l’il provvedimento l’Anci che, per voce del presidente, Piero Fassino, commenta: “Bene ha fatto il Governo a rivedere e correggere il regime fiscale sui terreni agricoli, accogliendo le richieste di tanti sindaci e dell’Anci. I nuovi criteri adottati e le molte esenzioni previste vengono, infatti, incontro all’esigenza di non penalizzare i terreni montani e le loro attività agricole, e determinano una significativa riduzione della platea dei Comuni e dei contribuenti interessati. Auspichiamo che dopo la scadenza del pagamento si verifichi con attenzione il gettito effettivo, e in conseguenza si riequilibri la riduzione di risorse già operata sui Comuni”.


QUELLI CHE… SI LIBERANO DELLA CASA PER NON PAGARE PIÙ LE TASSE

Un “furto legalizzato” dello stratosferico ammontare di circa 2.000 miliardi. A tanto ammonta – secondo il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani – la perdita di valore delle case degli italiani generata dal progressivo incremento dell’imposizione fiscale.

Secondo Sforza Fogliani, “la casa è diventata per molti un incubo, e il suo valore non è stimabile: non c’è mercato. Così gli italiani hanno scoperto una norma del Codice civile che prevede che gli immobili abbandonati non diventino res nullius, ma proprietà dello Stato, e stanno aumentando i casi di immobili abbandonati situati in montagna o collina. Se il fenomeno non si è esteso, è solo per l’incertezza sulle tasse da pagare. C’è chi ritiene che nulla debba essere corrisposto. Altri che si debbano pagare l’imposta di registro, le ipotecarie e le catastali. Altri ancora le tasse su successioni e donazioni, più le catastali e le ipotecarie. Somme, comunque, convenienti rispetto al pagamento annuale di Imu e Tasi, pur di liberarsi di un bene che è solo un costo”. 

Ma c’è anche chi adotta altre soluzioni: “Alcuni – commenta ancora il numero uno di Confedilizia – preferiscono far sì che il loro immobile non sia più un edificio, privandolo di un elemento strutturale: il tetto. Altri si orientano verso la totale distruzione cancellandola dal Catasto. L’ignominia è sotto gli occhi di tutti. Un patrimonio che è stato, per anni, traguardo e simbolo di sicurezza, viene distrutto per non pagare tasse senza giustificazione reddituale. Una classe politica responsabile se ne renderebbe conto. C’è bisogno di una grande operazione fiducia, che si può fare dando un preciso segnale di inversione di tendenza, diminuendo le rendite. Convincerebbe gli italiani che l’immobiliare non è sempre, e solo, un settore da mungere”.

IMU TERRENI AGRICOLI: ATTESA PER OGGI LA DECISIONE DEL TAR

[A cura di: Andrea Cartosio – Ist. Naz. Tributaristi]


Oggi, mercoledì 21 gennaio, potrebbe essere sciolta l’annosa questione riferita al pagamento dell’IMU sui terreni agricoli relativa all’anno 2014.

Nessuna novità in materia è emersa dal Consiglio dei Ministri tenutosi ieri; sarà dunque tutto rimesso alla decisone, si presume in data odierna, del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, che dovrà decidere se confermare, prorogare o abolire l’IMU sui terreni agricoli. 

Furono i giudici laziali, con decreto 6651/2014 emesso a fine dicembre 2014, a sospendere l’efficacia del decreto emesso dal Consiglio dei Ministri il 28 novembre 2014 riferito al pagamento dell’IMU sui terreni agricoli data “l’assoluta incertezza dei criteri applicativi”.

L’impianto normativo originario imponeva ai proprietari di terreni posti in Comuni situati sotto i 280 metri di altitudine al pagamento dell’imposta, stabilendo esenzioni specifiche per terreni siti in Comuni tra i 281 e i 600 metri di altitudine, ed escludendo a priori i terreni situati in Comuni al di sopra di 601 metri d’altitudine.

Non resta che attendere il pronunciamento del Tar, dal momento che dalla relativa sentenza dipenderà la possibilità di un nuovo ricorso facendo slittare ulteriormente la decisione al prossimo mese.

Cessione del preliminare d’acquisto: quale imposizione fiscale?

Quale imposizione fiscale si applica sul plusvalore derivante dalla cessione di un contratto preliminare d’acquisto di un immobile? È l’interpello inoltrato da un contribuente all’Agenzia delle Entrate, che ha risposto con la risoluzione 6/E del 19 gennaio.

IL QUESITO FISCALE
L’istante è una persona fisica non esercente alcuna attività di lavoro autonomo o d’impresa e, in data 15 novembre 2011, ha stipulato un contratto preliminare con (omissis) avente per oggetto l’acquisto di un’unità abitativa in un complesso immobiliare che attualmente risulta ancora in fase di costruzione.
Al momento della sottoscrizione del contratto preliminare è stata versata dall’interpellante una somma di danaro a titolo di acconto. Tuttavia, sia per le mutate condizioni del mercato immobiliare sia per la personale necessità di rivedere le proprie prospettive di investimento, l’interpellante intenderebbe, qualora se ne ravvisi la possibilità, procedere alla cessione del predetto contratto preliminare di acquisto. 
Ciò posto, l’istante chiede di conoscere il corretto trattamento fiscale da applicare per il corrispettivo ricevuto che eccede l’acconto versato in sede di stipula del contratto preliminare di acquisto.

SOLUZIONE DEL CONTRIBUENTE
Il contribuente istante è dell’avviso che la fattispecie prospettata nel presente interpello non possa essere ricondotta, né da un punto di vista letterale né da un punto di vista sistematico, ad alcuna norma impositrice vigente. Pertanto, posto che nell’ordinamento tributario non è consentita alcuna interpretazione analogica, ritiene che l’eventuale eccedenza positiva realizzata a seguito della cessione del contratto preliminare di acquisto immobiliare non debba concorrere alla formazione del reddito imponibile.

IL PARERE DELLE ENTRATE
Nella fattispecie prospettata, il contribuente istante intenderebbe cedere un contratto preliminare di acquisto di un immobile. Il contratto preliminare obbliga i contraenti a stipulare un successivo contratto e, in base a quanto previsto dall’articolo 1351 del codice civile, è nullo se non è stipulato nella forma che la legge prescrive per il contratto definitivo. Da quanto sopra esposto, si evince che il contratto preliminare non ha effetti reali, vale a dire non trasferisce la proprietà del bene, ma produce esclusivamente effetti obbligatori, nel senso che comporta il sorgere di determinati impegni in capo alle parti contraenti.
Relativamente al quesito posto, si è dell’avviso che l’unica categoria di reddito in cui possa essere incluso il corrispettivo percepito dall’istante è quella dei redditi diversi di cui all’articolo 67 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR).
Si ritiene, tuttavia, che il corrispettivo percepito dall’istante non possa essere incluso nella fattispecie di cui all’articolo 67, comma 1, lettera b), del TUIR, in quanto tale disposizione sottopone a tassazione il corrispettivo conseguito dall’effettiva cessione di beni immobili e non il semplice obbligo di cedere il bene.
Nel caso di specie, infatti, ad essere ceduto non è il bene immobile ma il contratto preliminare relativo alla compravendita del bene immobile medesimo. Si ritiene, al contrario, che i corrispettivi percepiti possano essere inclusi nella fattispecie descritta dall’articolo 67, comma 1, lettera l), del citato TUIR, laddove sono compresi fra i redditi diversi i corrispettivi percepiti, fra l’altro, per l’assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere.
Posto, infatti, che per definizione il contratto preliminare comporta per le parti esclusivamente effetti obbligatori, nel caso prospettato il soggetto istante assume l’obbligo di non essere presente al momento della stipula del contratto definitivo e, di conseguenza, di non sottoscrivere lo stesso.
Conseguentemente, alla stregua di quanto stabilito dall’articolo 71, comma 2, del TUIR, il reddito è determinato dalla differenza fra l’ammontare percepito nel periodo d’imposta e le spese specificamente inerenti alla sua produzione.

PROBLEMI DI VITA CONDOMINIALE: CHE COSA PREVEDE LA LEGGE

Problemi di vita quotidiana in condominio. Diatribe che spesso sfociano in cause interminabili. Ecco, in una scheda a cura di Confappi, alcuni quesiti frequenti e una risposta dal punto di vista giuridico.


D. Può l’amministratore vietare di parcheggiare la bici nel cortile condominiale?


R. Essendo il cortile una parte comune dell’edificio, il punto di partenza è rappresentato dall’art. 1102 c.c., secondo cui “Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto”. Secondo il Codice civile, quindi, il parcheggio della bicicletta sarebbe sempre consentito. Può capitare, però, che il regolamento condominiale lo vieti: in questo caso c’è poco da fare, a meno che l’assemblea non voti per modificare il regolamento. Lo stesso regolamento condominiale, a sua volta, è però subordinato sia al Regolamento edilizio comunale che a quello Locale di igiene. Così, ad esempio a Milano e Torino, le amministrazioni comunali hanno autorizzato il parcheggio della bicicletta all’interno del cortile condominiale e l’amministratore non può che attenersi alla legge.


D. Raccolta differenziata in condominio: chi paga la multa in caso di errato conferimento dei rifiuti?


R. Se nei cassonetti posti all’interno del cortile condominiale la raccolta differenziata dei rifiuti non è eseguita correttamente, la polizia municipale multa l’intero condominio, che per legge è responsabile nei confronti del Comune. A quel punto l’amministratore inserisce la sanzione nel bilancio, ripartendo l’importo fra tutti i condòmini, in base alla quota millesimale di ciascuno.


D. Chi paga per la tinteggiatura delle scale?


R. La risposta è contenuta nell’art. 1124 c.c. secondo cui “Le scale e gli ascensori sono mantenuti e sostituiti dai proprietari delle unità immobiliari a cui servono. La spesa relativa è ripartita tra essi, per metà in ragione del valore delle singole unità immobiliari e per l’altra metà esclusivamente in misura proporzionale all’altezza di ciascun piano dal suolo. Al fine del concorso nella metà della spesa, che è ripartita in ragione del valore, si considerano come piani le cantine, i palchi morti, le soffitte o camere a tetto e i lastrici solari, qualora non siano di proprietà comune”.


ECOBUNUS ED APE: I CHIARIMENTI DELLE ENTRATE SU COMUNICAZIONI E SANZIONI

[Fonte: Agenzia delle Entrate – Circolare 31/E]


Efficienza energetica in casa e condominio, e relativa documentazione (fiscale e non). È uno degli argomenti sui quali è intervenuta la circolare 31/E pubblicata dall’Agenzia delle Entrate lo scorso 30 dicembre 2014, per chiarire le novità contenute nel cosiddetto decreto sulle semplificazioni fiscali (il D.Lgs. 175/2014). Novità che si concretizzano in due aspetti: sul versante dei lavori per cui si chiede l’ecobonus, sono abolite le sanzioni in caso di mancata comunicazione alle Entrate della prosecuzione dei lavori di efficientamento in più periodi di imposta; sul versante dell’Ape, invece, il pagamento della sanzione in caso di mancata allegazione non esenta, comunque, dalla presentazione del documento.


ECOBONUS E COMUNICAZIONE

Il primo chiarimento in materia, riguarda l’articolo 12 del decreto: quello, cioè, inerente la “abrogazione della comunicazione all’Agenzia delle entrate per i lavori che proseguono per più periodi di imposta ammessi alla detrazione Irpef delle spese sostenute per la riqualificazione energetica degli edifici”. Ecco i chiarimenti delle Entrate:

“L’art. 12 del decreto semplifica gli adempimenti previsti per la fruizione della detrazione IRPEF e IRES per le spese sostenute per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici di cui all’art. 1, commi da 344 a 347, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, sopprimendo l’obbligo di inviare la comunicazione all’Agenzia delle entrate per i lavori che proseguono per più periodi di imposta. Tale effetto è ottenuto mediante l’abrogazione del comma 6 dell’art. 29 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, che stabiliva, tra l’altro, l’obbligo per i contribuenti interessati alla detrazione di inviare un’apposita comunicazione all’Agenzia delle entrate nei termini e secondo le modalità previsti con provvedimento del Direttore dell’Agenzia.

Il provvedimento di attuazione del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 6 maggio 2009, nell’approvare il modello di comunicazione, ne prevedeva la presentazione esclusivamente per interventi di riqualificazione energetica che proseguono oltre il periodo d’imposta, al fine di ridurre il numero dei soggetti obbligati all’adempimento La comunicazione doveva essere inoltrata in via telematica entro il mese di marzo dell’anno successivo a quello di sostenimento delle spese ovvero, per i soggetti con il periodo di imposta non coincidente con l’anno solare, entro 90 giorni dalla fine del periodo di imposta in cui le spese erano state sostenute.

Con Circolare n. 21/E del 2010, par. 3.5, è stato precisato che l’omesso o irregolare assolvimento dell’adempimento non comporta la decadenza dal beneficio, ma la sola applicazione della sanzione in misura fissa (da euro 258 a euro 2.065) prevista dall’art. 11, comma 1, del d.lgs. n. 471 del 1997, nelle ipotesi di omesso o irregolare invio di ogni comunicazione prescritta dalle norme tributarie.

Per quanto evidenziato, la soppressione dell’obbligo di comunicazione all’Agenzia delle Entrate riguarda:

* i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, per le spese sostenute nel 2014 in relazione a lavori che proseguiranno nel 2015;

* i soggetti con il periodo di imposta non coincidente con l’anno solare, per le spese sostenute nel periodo di imposta rispetto al quale il termine di 90 giorni scada a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto.

In applicazione del principio espresso dall’art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 472 del 1997 (c.d. principio del favor rei) devono ritenersi non applicabili le sanzioni indicate nella citata Circolare n. 21/E del 2010 anche in relazione a fattispecie di omesso o irregolare invio della comunicazione commesse prima dell’entrata in vigore del decreto per le quali, alla medesima data, non sia intervenuto provvedimento di irrogazione definitivo”.


MANCATO APE E SANZIONI

Il secondo chiarimento delle Entrate riguarda invece l’articolo 34 del decreto, avente ad oggetto le “disposizioni per la cooperazione nell’attività di rilevazione delle violazioni in materia di attestazione della prestazione energetica”. Ecco le spiegazioni delle Entrate.

“L’art. 34 del decreto modifica l’art. 6, comma 3, del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192, individuando nel Ministero dello sviluppo economico l’Amministrazione competente all’irrogazione delle sanzioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689, nei casi di violazioni relative alle disposizioni in materia di attestato di prestazione energetica.

Il pagamento della sanzione non esenta comunque dall’obbligo di presentare l’attestato, in caso di omessa dichiarazione o allegazione dello stesso, al citato Ministero.

L’Agenzia delle entrate, sulla base di apposite intese con il Ministero dello sviluppo economico, individuerà, nel quadro delle informazioni disponibili, acquisite con la registrazione nel sistema informativo dei contratti di cui al comma 3 dell’art. 6 citato, quelle considerate rilevanti ai fini del procedimento sanzionatorio e le trasmetterà, in via telematica, allo stesso Ministero dello sviluppo economico per l’accertamento e la contestazione della violazione.

IN ATTESA DELLA NUOVA IMUS SI CONTINUANO A PAGARE COSAP E TOSAP

Un acronimo tutto nuovo (ormai si sprecano) per un’imposta tutta nuova. Si tratta dell’Imus, (imposta,municipale secondaria), che è ai blocchi di partenza: i Comuni, che in concreto dovranno istituirla, potranno infatti farlo solo dopo la stesura del documento che stabilirà i criteri a cui le Amministrazioni locali dovranno attenersi.

L’Imus include il canone e la tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche (rispettivamente Cosap e Tosap) l’imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni (Icpdpa) e il canone per l’autorizzazione all’installazione dei mezzi pubblicitari. Ad introdurla è stato il Dlgs 23/2011 (articolo 11) e deve entrare in vigore quest’anno, ma, appunto, non può farlo senza essere accompagnata dal regolamento governativo (comma 2, articolo 11 dello stesso decreto) alla cui stesura dovrà partecipare la Conferenza Stato-città e autonomie locali.

Chi però auspica che il vuoto regolamentare permetta di scampare ai vecchi balzelli, si sbaglia: come puntualizza la risoluzione 1 del Dipartimento delle Finanze del 12 gennaio, infatti, nell’attesa della sua emanazione, i tributi da rimpiazzare restano dovuti. Quindi, nessun pericolo per le casse locali: i tributi e i canoni, che l’Imus sostituirà, continueranno a rifornirle, in attesa che vengano disciplinati i criteri a cui i regolamenti comunali dovranno conformarsi con l’Imus. 

PARTITE IVA INTRACOMUNITARIE: L’INGRESSO NEL VIES È GRATUITO

[A cura di: Nuovo Fiscooggi – Agenzia delle Entrate]


Un’importante precisazione dell’Agenzia delle Entrate tocca molto da vicino numerosi professionisti che gravitano anche intorno al settore della casa e del condominio: l’Amministrazione finanziaria non pretende alcuna “ricompensa” per la registrazione e la pubblicazione delle partite Iva delle imprese operanti nell’ambito dell’Unione europea. 

Il chiarimento si è reso necessario dopo le diverse segnalazioni giunte negli ultimi giorni, relative a società che offrono il servizio a pagamento.

Come puntualizza l’Agenzia, l’inserimento, la verifica e il monitoraggio degli operatori commerciali titolari di partite Iva, che effettuano operazioni intracomunitarie, viene svolto gratuitamente dall’Agenzia delle Entrate tramite il Vies (Vat information exchange system): un sistema elettronico – a cui è necessario iscriversi – che consente la circolazione di dati riguardanti l’Iva, permettendo, ad esempio, di controllare la validità di una “partita”, rilasciata in un determinato Paese Ue, nel momento in cui viene utilizzata per scambi commerciali con un altro Stato membro.

Un sistema, inoltre, interessato da recenti e importanti modifiche normative – apportate, nello specifico, dal decreto “semplificazioni” (articolo 22 del Dlgs 175/2014) – che consentono agli operatori intracomunitari di ottenere l’inclusione immediata nella banca dati Vies già all’attribuzione della partita Iva ovvero, se l’intenzione di effettuare operazioni intracomunitarie è manifestata successivamente, nel momento in cui tale intenzione viene espressa.

Le nuove disposizioni hanno già trovato concrete modalità operative nel provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 15 dicembre scorso. In nessuno di questi documenti ufficiali – va ribadito – è previsto alcun pagamento per l’accesso in banca dati o per la pubblicazione del proprio numero di partita Iva.

MOROSITÀ: IL CONDOMINIO È “DISARMATO” DALLE SENTENZE DEI TRIBUNALI

[A cura di: avv. Enrico Morello – resp. Centro studi AGIAI]


Alcune recenti decisioni del tribunale di Torino, negando in sostanza la possibilità del condominio di reagire di fronte alla morosità di un condominio o eventuale e futura (attraverso un regolamento di condominio lungimirante che preveda un termine più garantista che ampli il termine di solidarietà di due anni previsto nei confronti del condomino subentrante) o risalente e perdurante negli anni (come quando sia posto all’asta senza che vada poi venduto l’alloggio del condomino che pur continuando a risiedere nello stabile sistematicamente da anni non provveda al pagamento delle spese condominiali), dimostrano senza ombra di dubbio come l’attuale sistema legislativo non tuteli sufficientemente (il che si può dire del resto anche per quanto riguarda i terzi creditori del condominio) il condominio nei confronti del condomino che non paga le spese condominiali e tanto meno il riscaldamento. 

I due provvedimenti ai quali si è fatto riferimento sono una ordinanza del tribunale di Torino del 21.8.2014, I sezione Civile, che ha respinto la richiesta di un amministratore di condominio (per motivi sostanzialmente condivisibili e facilmente intuibili) di sospendere il condomino moroso da anni (ed il cui alloggio appunto da anni vedeva andare deserte tutte le aste giudiziarie, con conseguente matematica impossibilità di recuperare gli importi anticipati per sanare la morosità da parte degli altri condòmini); ed una sentenza del Tribunale di Torino del 18.06.2013, I sezione civile, che ha dichiarato nulla l’assemblea che aveva – in applicazione di un regolamento condominiale che ampliava il termine di solidarietà di due anni previsto dall’art. 63 disp. att. c.c. – disposto a che il condomino subentrante dovesse farsi carico di tutti gli anni di morosità lasciati in eredità da quello uscente. 

Tali provvedimenti del tribunale, al di là della loro legittimità o meno, dimostrano evidentemente come il condominio sia sostanzialmente impotente di fronte al condomino che da anni ometta di pagare la sua quota di spese condominiali. La situazione, in pratica, è spesso la seguente: un condomino ( caso purtroppo sempre più frequente ) omette per anni di pagare le spese condominiali pur continuando a risiedere nello stabile; il suo alloggio viene quindi posto in vendita (o a cura del condominio stesso o di altri creditori del condominio, in primis le banche, che nel frattempo il moroso avrà certamente omesso di pagare) ma essendo di scarso interesse non viene venduto. Il solo risultato pertanto sarà che il condominio dovrà anticipare considerevoli spese per la procedura esecutiva immobiliare, i cui unici eventuali ricavati saranno tuttavia certamente assegnati alla banca intervenuta nella procedura.

I condòmini virtuosi, pertanto, dovranno per anni, per permettere il pagamento dei creditori e quindi il funzionamento del condominio, farsi carico con pochissime possibilità di recupero delle quote anche del condomino moroso. 

A dare un ulteriore colpo ai condòmini buoni pagatori, è ora intervenuto un nuovo orientamento di alcuni tribunali, che permettendo il pignoramento dei conti correnti condominiali da parte dei creditori del condominio, ha in sostanza scardinato l’ultimo (ed unico) baluardo posto dal legislatore (con la legge n. 220/2012) a difesa dei condòmini virtuosi i quali, certamente, a differenza dei morosi avranno effettuato i versamenti sul conto corrente poi sottoposto a pignoramento. Il risultato, pertanto, sarà che il condominio non potrà disporre del conto corrente prima che venga pagato (il che avverrà ovviamente con un nuovo esborso da parte dei soliti condòmini diligenti) il creditore terzo pignorante. 

È chiaro, pertanto, che questa situazione è resa possibile da un insufficiente intervento legislativo chiarificatore del legislatore riformatore, che anziché intervenire con una unica regola (quella appunto della preventiva escussione dei morosi) che ha scardinato le poche certezze in merito alla parziarietà del debito dei condòmini, avrebbe dovuto regolare la materia con un intervento ben più significativo e che tenesse effettivamente conto delle esigenze dei condòmini virtuosi, di essere efficacemente tutelati di fronte alla morosità dei loro vicini di casa appartenenti allo stesso caseggiato. L’unica tutela, posta dalla legge n. 220 in favore dei condòmini virtuosi, in sostanza, a parte aver complicato terribilmente la vita ai creditori del condominio, condannati ad una vera e propria via crucis prima di poter ottenere il pagamento forzoso del proprio credito, appare ora almeno in parte aggirabile dai creditori del condominio attraverso il pignoramento del conto corrente condominiale.